ARTHUR CLARKE.
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LE PORTE DELL'OCEANO.
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1963. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nel ventunesimo secolo le navi sono treni merci che viaggiano ovunque per mare e per terra. Il giovane Johnny Clinton, orfano di Brisbane, in Australia, approfitta dell'avaria di una nave mercantile per imbarcarsi come clandestino. Ma la nave affonda al largo dell'Oceania e Johnny, abbandonato dall'ignaro equipaggio, si salva con l'aiuto dei delfini che lo portano su un'isola lontana. Qui incontra il professor Kazan, studioso che ha dedicato la sua vita a imparare il linguaggio di questi splendidi mammiferi...
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L'AUTORE.
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Sir Arthur Charles Clarke (Minehead, 16 dicembre 1917, Colombo, 19 marzo 2008)  stato un autore di fantascienza e inventore britannico.
Noto ai pi per il suo romanzo 2001: Odissea nello spazio del 1968, cresciuto assieme alla sceneggiatura del film omonimo realizzato con il regista Stanley Kubrick ed ispirato al racconto breve La sentinella dello stesso Clarke, lo scrittore ha per al suo attivo una produzione letteraria assai estesa, tra cui la celebre serie di Rama;  considerato un autore di fantascienza hard o "classica", dato che una caratteristica saliente dei suoi romanzi  l'attenzione per la verosimiglianza scientifica.
In suo onore l'orbita geostazionaria della Terra  stata chiamata "Fascia di Clarke". Egli infatti fu il primo ad ipotizzare, in un articolo pubblicato nel 1945, l'utilizzo dell'orbita geostazionaria per i satelliti dedicati alle telecomunicazioni.
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LE PORTE DELL'OCEANO.
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In ricordo di Ultro17, ogni volta che leggeremo un Urania non potremo non pensare un po' a te.
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Capitolo 1.
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Quando la nave, sospesa sui suoi cuscinetti d'aria, scese gi per la valle passando sopra il vecchio dazio, Johnny Clinton dormiva. Il rombo dei motori non lo svegli affatto, perch era abituato a sentirlo; gli faceva sognare i paesi lontani e le strane merci che quei meravigliosi mezzi di trasporto, in grado di viaggiare per terra come per mare, avevano a bordo. A un tratto il rombo cess e Johnny balz a sedere sul letto, fregandosi gli occhi nel buio. Che cos'era capitato? Possibile che uno dei poderosi transatlantici di linea si fosse fermato proprio l nel mezzo della Transcontinentale 21, a cinquecento chilometri dallo scalo pi vicino?
C'era un solo mezzo per accertarsene. Johnny esit un momento, prima di affrontare il gelo notturno, poi si fece coraggio, si gett una coperta sulle spalle, apr la porta-finestra e usc sul balcone.
Era una bella notte invernale, con una luna piena che sottolineava ogni particolare della valle immersa nel sonno. Da quel lato della casa non si vedeva il dazio, un ballatoio correva tutt'intorno all'edificio e in un momento Johnny poteva portarsi sulla facciata rivolta a nord. Fece attenzione a non fare il minimo rumore passando dinanzi alle camere dove dormivano la zia e i cugini: sapeva che cosa sarebbe capitato se li avesse svegliati...
La casa, sotto la fredda luce della luna, era immersa in un sonno profondo, e nessuno si mosse quando Johnny pass davanti alle finestre dei dormienti. Ma, non appena si fu accorto che il suo non era stato un sogno, il ragazzo dimentic ogni preoccupazione.
La grande unit posava, tutta scintillante di luci, su una spianata, a poche centinaia di metri dall'importante arteria intercontinentale. Doveva essere una nave da carico, non addetta al trasporto passeggeri, perch aveva un solo ponte passeggiata e anche quello non sufficientemente lungo. Lo scafo aveva la forma di un gigantesco ferro da stiro: al posto del manico, si scorgeva un enorme ponte che teneva due terzi della lunghezza. Sul ponte un segnale rosso si accendeva e spegneva, a intervalli regolari, per avvertire le altre navi che percorressero la stessa rotta.
Johnny pens che il cargo doveva trovarsi in difficolt. Chiss per quanto sarebbe rimasto l? E lui avrebbe avuto modo di osservarlo da vicino? Non aveva mai visto una nave come quella, da ferma, e quando filano alla velocit di crociera, si pu vedere ben poco.
La decisione fu presa rapidamente. Dieci minuti dopo, infagottato alla meglio negli abiti pi pesanti, Johnny socchiudeva, senza far rumore, la porta di casa; uscendo nella notte gelida non gli pass neppure per la mente che lasciava la casa per sempre. Del resto, se anche l'avesse saputo, non gliene sarebbe importato gran che.
Via via che si avvicinava, la nave gli appariva sempre pi enorme. Eppure non si trattava di una delle gigantesche unit che ogni tanto passavano addette al trasporto dell'olio o del frumento; anzi questa stazzava appena quindici-ventimila tonnellate. A prua spiccava una scritta un po' sbiadita: Sant'Anna, Brasilia.
Alla luce della luna, si vedeva che lo scafo aveva bisogno di una buona mano di vernice e di essere rimesso a nuovo: se anche l'apparato motore era in quello stato, si spiegava perfettamente la sosta fuori programma.
Johnny gir attorno al mostro immobile senza scorgere il minimo segno di vita; la cosa, tuttavia, non lo stup, perch sapeva che i mercantili di quel tipo erano in gran parte automatici e una mezza dozzina di uomini bastava a manovrarli. Probabilmente, in quel momento l'equipaggio si trovava in sala macchine, intento a individuare il guasto.
Non pi sostenuta dalla spinta dei jet, la Sant'Anna posava sui giganteschi galleggianti che la sorreggevano quando calava in mare. I galleggianti erano lunghi quanto la nave e incombevano su Johnny come enormi pareti a picco. Si vedevano le scalette, appoggiate ai portelli dello scalo che si aprivano a sei metri dal suolo.
Johnny esamin i portelli. Dovevano certo essere chiusi. Si poteva per tentare di salire a bordo... Con un po' di fortuna sarebbe riuscito a dare un'occhiata in giro, prima che lo scoprissero e lo cacciassero fuori... Questa era la volta buona, e non bisognava lasciarsi sfuggire l'occasione...
Finalmente si arrampic lungo una scaletta: ma giunto a met, esit e si ferm un momento. Troppo tardi.
Senza nessun preavviso, la grande parete ricurva su cui stava arrampicandosi cominci a vibrare, e un rombo immane squarci la notte tranquilla. Guardando in basso, Johnny vide scaturire da sotto la chiglia un turbine di terra, pietre ed erba, mentre la Sant'Anna si librava faticosamente in aria. Ormai era impossibile tornare indietro, i jet l'avrebbero spazzato via come una foglia secca. Non poteva far altro che salire a bordo, ed era meglio decidersi subito, prima che la nave incominciasse a muoversi. Non volle pensare a che cosa gli sarebbe capitato se avesse trovato le aperture bloccate.
Gli and bene. Sulla parete metallica scorse uno sportello che si apriva verso l'interno, e dava su un corridoio fiocamente illuminato. Un attimo dopo, con un sospiro di sollievo, si ritrov sano e salvo a bordo della Sant'Anna. Mentre chiudeva il portello l'urlo dei jet si perse in un rombo sordo e in quell'istante la nave decoll per ignota destinazione.
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Capitolo 2.
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L per l prov una gran paura, poi si disse che non c'era di che preoccuparsi: avrebbe spiegato ogni cosa al capitano, e sarebbe sbarcato al prossimo scalo. Di qui, entro poche ore, la polizia l'avrebbe ricondotto a casa.
A casa: veramente, lui non ne aveva una. Dodici anni prima quando aveva appena quattro anni, i suoi erano morti in un incidente aereo: da allora in poi, Johnny era vissuto con zia Martha, la sorella di sua madre. Zia Martha aveva una famiglia e non aveva accolto molto cordialmente il nuovo venuto. Tuttavia la vita non era stata poi tanto brutta finch aveva avuto l'affetto di zio James: per ora che lo zio era morto, Johnny si sentiva sempre pi un intruso.
E allora perch ritornare? Tanto valeva affidarsi al destino, che aveva deciso per lui.
Il primo problema era di trovare un nascondiglio a bordo: non sarebbe stato difficile in una nave cos grande. Ma Johnny non conosceva la Sant'Anna e doveva fare molta attenzione per non venire immediatamente scoperto. Forse era meglio nascondersi nella stiva, dove nessuno avrebbe messo il naso, durante la navigazione.
Furtivamente, come un ladro, Johnny cominci l'esplorazione e in breve perse completamente l'orientamento. Vag per miglia e miglia, lungo corridoi e ponti fiocamente illuminati, su e gi per scale a chiocciola e per scalette verticali, passando davanti a porte con scritte misteriose. Infine si azzard ad aprirne una, che portava un cartello con la scritta: Sala Macchine. Adagio adagio, spinse il battente metallico e si trov in un immenso locale pieno di turbine e compressori, da cui si levava un frastuono assordante. All'estremit della sala, davanti alla parete interamente nascosta da strumenti e quadranti, tre uomini erano cos concentrati nell'esame del quadro comandi, che Johnny li pot osservare con tutta tranquillit.
I tre confabulavano (esprimendosi pi a gesti che a parole, dato il fracasso) e presto Johnny si accorse che la discussione era piuttosto aspra, a base di cenni violenti, di alzate di spalle e di indici puntati verso i quadranti. Finalmente, uno dei tre alz le braccia come per dire: Io me ne lavo le mani, e usc dalla sala.
Evidentemente c'era qualcosa che non filava a bordo della Sant'Anna...
Johnny trov, infine, un buon nascondiglio in un deposito pieno di bagagli, largo cinque o sei metri. Il bagaglio era tutto diretto in Australia e il passeggero clandestino si sent al sicuro, perch certo nessuno sarebbe entrato l dentro finch la nave non fosse arrivata nell'altro emisfero.
Johnny si scov un posticino tra pacchi e fagotti e si sedette, tirando un respiro di sollievo, con la schiena appoggiata contro una grande cassa su cui era scritto: Prop. Chimica Bundaberg. Stava ancora chiedendosi che cosa volesse dire Prop, quando all'improvviso il sonno lo colse: si addorment cos com'era sul duro pavimento metallico.
Quando si svegli, la nave era ferma: Johnny lo cap immediatamente dal silenzio e dall'assenza di vibrazioni nello scafo. Diede un'occhiata all'orologio e vide che erano passate gi cinque ore: la Sant'Anna aveva certamente coperto pi di mille miglia ormai, e probabilmente stava facendo scalo in uno dei porti del Pacifico. Avrebbe ripreso il mare non appena completato il carico.
Johnny aveva fame e sete: avrebbe voluto procurarsi qualcosa da mangiare, ma non doveva farsi scoprire cos presto. Di conseguenza decise di ignorare l'appetito, anche se la cosa non era facile: di solito a casa si faceva colazione, a quell'ora! I grandi esploratori si disse Johnny per consolarsi hanno sopportato ben di peggio...
Per fortuna, la Sant'Anna non si ferm a lungo nel porto sconosciuto, e poco dopo, con suo grande sollievo, il ragazzo avvert le prime vibrazioni dello scafo e il lontano sibilo dei jet.
Tra due ore, se i calcoli erano giusti, la nave sarebbe stata in alto mare, lontanissima da terra.
Johnny aspett pazientemente per tutto quel tempo, quindi decise di uscire alla ricerca di un membro dell'equipaggio, o, meglio ancora, di qualcosa da mettere sotto i denti.
L'impresa non era facile, come aveva creduto in un primo tempo. Vista dall'esterno, la Sant'Anna pareva gi grande, ma internamente era addirittura enorme. Sebbene Johnny sentisse una fame rabbiosa, non riusc a trovare anima viva a bordo.
Scopr per qualcosa che lo rese felice: un minuscolo obl che permetteva di guardar fuori. A dire il vero, la vista non era grandiosa, ma a lui bastava: fin dove arrivava lo sguardo, si stendeva una grigia, mobile, sconfinata distesa di onde. Niente terra all'orizzonte, solo acqua, che fuggiva sotto i suoi occhi a velocit vertiginosa.
Il ragazzo vedeva l'oceano per la prima volta. Fino a quel momento era sempre vissuto nelle fattorie del deserto dell'Arizona o tra i boschi dell'Oklahoma, e quella distesa di acqua sconfinata e selvaggia costituiva per lui uno spettacolo meraviglioso e terribile. Rimase a lungo immobile davanti all'obl, cercando di rendersi conto che si allontanava a velocit vertiginosa dalla sua terra, per dirigersi in un paese completamente sconosciuto.
Ma ormai era troppo tardi per cambiare idea.
Trov la risposta al problema dei viveri in modo del tutto inaspettato, quando s'imbatt in una delle scialuppe di bordo. Era una lancia a motore lunga otto metri, sistemata in un compartimento che si apriva mediante un'enorme saracinesca.
Lo scafo era fissato a due gru, che servivano a calarlo in mare. Johnny s'arrampic a bordo dell'imbarcazione, e per prima cosa vide il cartello con la scritta: Razioni d'emergenza. Trenta secondi dopo, sgranocchiava gallette e alimenti concentrati, e si dissetava con l'acqua contenuta in un bidone. Adesso si sentiva molto meglio.
Quella scoperta fece cambiare idea al ragazzo. Ormai non desiderava pi che lo trovassero: poteva restarsene nascosto per tutta la traversata, e forse, con un po' di fortuna, sarebbe riuscito anche a sbarcare inosservato... Non sapeva proprio che cosa avrebbe fatto una volta arrivato in Australia: ma in un modo o nell'altro si sarebbe arrangiato.
Cos Johnny ritorn nel nascondiglio, portando con s viveri sufficienti per altre ventiquattro ore di viaggio, e poi cerc di rilassarsi. Pass il tempo sonnecchiando, guardando l'orologio, tentando di calcolare la posizione della Sant'Anna, e cercando di indovinare se la nave avrebbe fatto scalo alle Hawaii o in un'isola del Pacifico. Sperava proprio che non si fermasse da nessuna parte perch era impaziente di incominciare la sua nuova vita.
Una o due volte gli venne in mente zia Martha. Chiss se le dispiaceva che lui fosse scomparso? Probabilmente no. In quanto ai cugini, sarebbero stati senz'altro felicissimi di essersi liberati di lui. Ma un giorno, quando fosse diventato ricco e potente, sarebbe ritornato e avrebbe fatto schiattar di rabbia quelli che lo prendevano in giro perch era piccolo e mingherlino. Avrebbe dimostrato a tutti che il cervello conta pi dei muscoli...
Dormiva ancora quando il viaggio della Sant'Anna termin bruscamente. Un'esplosione lo svegli di soprassalto e pochi secondi dopo sent il rumore dello scafo che si schiantava contro le onde. Le luci si spensero e Johnny si trov immerso nelle tenebre.
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Capitolo 3.
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Per la prima volta in vita sua Johnny si sent in preda a un panico irragionevole. Gli pareva che le gambe fossero diventate di gelatina e che un orribile peso gli opprimesse il petto. Doveva uscire di l, a tutti i costi, ma si trovava in un labirinto di casse e fagotti e aveva perso completamente l'orientamento. Era come in un incubo, quando si cerca di correre, di scappare, e non si pu... Ma quello purtroppo non era un sogno, era la realt!
Urt contro un ostacolo invisibile, e il dolore gli fece ritrovare il sangue freddo. Era inutile perdere la testa. Doveva avanzare sempre nella stessa direzione, e raggiungere la parete: seguendola sarebbe arrivato fino alla porta.
Tuttavia Johnny incontr tanti ostacoli sul suo cammino, che fatic molto prima di poter toccare con le dita la liscia superficie metallica della parete del compartimento. Poi tutto fu pi facile, e finalmente il ragazzo trov la porta e la spalanc. Fuori, nel corridoio, era meno buio: l'impianto di emergenza era entrato in funzione e nel vago chiarore azzurrognolo si vedeva abbastanza bene.
Nello stesso istante, si sent odor di fumo: Johnny si accorse che la Sant'Anna era in fiamme, e che il corridoio non era pi in piano. La nave era pericolosamente inclinata a prua, dove si trovava la sala macchine: probabilmente l'esplosione aveva squarciato lo scafo e l'acqua irrompeva all'interno.
In balia delle onde, il relitto rollava e beccheggiava violentemente, e Johnny avvert una strana sensazione allo stomaco, evidentemente il primo sintomo del mal di mare. Si sforz di non pensarci e di cercare il modo di mettersi in salvo. Se lo scafo era in procinto di affondare, bisognava raggiungere il pi in fretta possibile la scialuppa, dove probabilmente si stavano dirigendo tutti i componenti l'equipaggio. Questi, certo, si sarebbero stupiti vedendo comparire un passeggero clandestino, ma Johnny sperava che sulla scialuppa avrebbero fatto un po' di posto anche per lui.
Dov'era, esattamente, l'imbarcazione? Se avesse avuto tempo, l'avrebbe certamente ritrovata, ma bisognava spicciarsi... Per la gran furia, fece vari giri oziosi e fu costretto a ritornare pi volte sui suoi passi. A un tratto, si trov la strada sbarrata da una massiccia paratia metallica. Dalle fessure filtrava del fumo e si sentivano sinistri scricchiolii. Johnny fece dietrofront e corse via, nella fioca luce dei corridoi.
Quando finalmente trov la strada giusta era esausto e terrorizzato. S, quello era proprio il corridoio, con la scaletta in fondo, che portava al compartimento della scialuppa. Si mise a correre pazzamente: ora che era prossimo alla meta, non doveva pi risparmiare le forze.
La memoria non lo aveva tradito; ecco le scale e il compartimento... Ma la scialuppa era scomparsa.
La paratia era spalancata, e le gru si protendevano all'esterno con i ganci degli argani penzolanti nel vuoto. Il vento entrava dall'enorme apertura, portando spruzzi di spuma.
Angosciato, il ragazzo si avvicin per osservare il mare: era notte, e la luna che aveva sorriso all'inizio della sua avventura brillava ancora, adesso che questa stava per concludersi. Pochi metri lontano, le onde si frangevano con violenza contro i fianchi della nave, e di tanto in tanto un'ondata entrava dall'apertura e lambiva i piedi di Johnny. Tra breve il mare avrebbe fatto irruzione.
Non lontano di l, ci fu un'altra esplosione sorda, e le luci di emergenza tremolarono e si spensero. Johnny scrut nel buio, sperando di scorgere la scialuppa, ma la distesa ondosa era deserta. Naturalmente la lancia poteva trovarsi dall'altra parte della nave, e in tal caso lui non avrebbe potuto vederla... Anzi, questa pareva la spiegazione pi probabile. Difficilmente l'equipaggio si sarebbe allontanato finch il relitto era ancora a galla. Gli uomini, per, non avevano perso tempo, e Johnny si chiese se per caso il mercantile non trasportasse esplosivi o infiammabili e, in tal caso, entro quanto tempo sarebbe saltato in aria?
Un'ondata lo invest in pieno accecandolo con una sventagliata di spruzzi. Nel giro di pochi minuti, il mare era salito di molto: Johnny non avrebbe mai creduto che una nave cos grossa affondasse tanto in fretta: tra poco le onde lo avrebbero raggiunto.
A un tratto, senza preavviso di sorta, la Sant'Anna s'impenn con violenza, troncando di colpo il suo lento monotono rollio, come un animale morente che tenta con uno sforzo supremo di rizzarsi per l'ultima volta. Johnny non esit; l'istinto lo avvert che la nave stava per affondare e che doveva abbandonarla al pi presto.
Il ragazzo si raccolse, poi si lanci in un tuffo perfetto. Si stup nel sentire l'acqua tiepida: dimenticava che in poche ore era passato dall'inverno al calore dell'estate.
Quando torn a galla, si mise a nuotare a grandi bracciate scomposte e vigorose. Alle sue spalle, l'acqua gorgogliava e ribolliva con un tremendo frastuono. All'improvviso, tutto cess, e si sent solo il vento e il mormorio delle onde nella notte. La vecchia, stanca carcassa della Sant'Anna s'era inabissata adagio, senza il tremendo risucchio che Johnny aveva temuto.
Quando fu sicuro che tutto fosse finito, il ragazzo si guard attorno e vide subito la lancia a cinquecento metri da lui. Agit le mani, grid con quanto fiato aveva in gola, ma tutto fu inutile. La scialuppa si allontanava inesorabilmente e anche se qualcuno si fosse voltato ben difficilmente avrebbe scorto il naufrago. Nessuno di quegli uomini poteva immaginare che ci fossero altri scampati al naufragio della Sant'Anna.
Johnny rimase solo, sotto una gran luna gialla circondata dalle misteriose stelle dei mari del sud. Forse avrebbe resistito per lunghe ore, perch l'acqua di quell'oceano lo sosteneva molto meglio di quella a cui era abituato, ma ormai tutta la sua resistenza gli sarebbe servita a ben poco. Ogni speranza era scomparsa, quando la lancia si era allontanata.
Qualcosa lo urt strappandogli un grido di paura e di sorpresa. Era un pezzo di legno: Johnny allora si accorse che tutt'intorno erano sparsi relitti galleggianti e la scoperta gli infuse nuovo coraggio. Nuot verso un groviglio di rottami che andavano lentamente alla deriva, e not che il mare, a un tratto, si era calmato perch l'olio uscito dallo scafo aveva quietato la furia delle onde, che non aggredivano pi rabbiosamente, ma si alzavano e abbassavano in lenti movimenti ondulati.
Poco dopo, Johnny si trov in mezzo a una quantit di scatole, pezzi di legno, bottiglie vuote e ogni sorta di altri oggetti. Ma nessuna di queste cose poteva essergli utile. Aveva quasi perduto ogni speranza, quando vide un oggetto nero e rettangolare a pochi metri di distanza.
Raggiunto il relitto, scopr con gioia che si trattava di una grossa cassa da imballaggio. Subito vi si arrampic sopra, e constat che reggeva il suo peso. La cassa non era gran che stabile e tendeva a rovesciarsi: allora Johnny vi si sdrai e la zattera improvvisamente fendette le onde, sporgendo dal pelo dell'acqua di una ventina di centimetri. Alla luce della luna, il naufrago decifr la scritta che spiccava sulle assi: SI PREGA DI CONSERVARE IN LUOGO FRESCO E ASCIUTTO.
Asciutto, il posto non lo era di certo, ma fresco, s. Il vento che s'infiltrava sotto gli abiti bagnati era ghiacciato, e sarebbe durato fino allo spuntare del sole. Johnny diede un'occhiata all'orologio e non si stup di trovarlo fermo.
Aspett, disteso sulla piccola zattera, battendo i denti, e ascoltando le voci del mare. Era preoccupato, ma non aveva pi paura: gliene erano capitate tante, ormai, che cominciava a credere di essere invulnerabile. Era senza viveri e senz'acqua, ma per qualche giorno avrebbe potuto resistere. Si rifiut di pensare a quello che sarebbe successo poi.
La luna si nascose e le tenebre divennero pi fitte. Johnny allora si accorse, con suo grande stupore, che l'acqua scintillava di infiniti barbagli di luce, che si accendevano e spegnevano come segnali elettrici, formando una scia luminosa dietro la zattera.
Lo spettacolo era cos meraviglioso che per un momento il ragazzo dimentic tutto il resto. Sapeva che esistono creature marine fluorescenti, ma non credeva che fossero tante, e per la prima volta si trovava di fronte alla misteriosa vita del grande elemento che copriva tre quarti del globo e che ora avrebbe deciso del suo destino.
La luna tocc l'orizzonte, per un attimo rimase sospesa, e poi scomparve. In alto, il cielo scintillava di stelle; le antiche costellazioni e i punti luminosi lanciati lass dall'uomo, in cinquant'anni di dominio dello spazio... Ma niente uguagliava in splendore la luminosit del mare, tanto che la zattera pareva avanzare su una distesa di fuoco.
Quando finalmente apparvero le prime luci del giorno, Johnny si godette il magnifico spettacolo del sole fosforescente che saliva dall'acqua. Ma subito dopo vide qualcosa che fece crollare ogni sua speranza. Da ovest, a una velocit spaventosa, una dozzina di grigie pinne triangolari puntavano dritto su di lui.
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Capitolo 4.
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Mentre le pinne si avvicinavano alla zattera, fendendo le onde a una velocit incredibile, Johnny si ricord di tutte le storie agghiaccianti di squali che aveva letto nei libri, e si rannicchi al centro della cassa. Il movimento la fece ondeggiare paurosamente e il ragazzo si rese conto che un lieve urto avrebbe potuto capovolgere la zattera improvvisamente. Tuttavia non aveva paura, provava solo un po' di tristezza e sperava che tutto finisse presto.
Poi il mare intorno alla cassa riboll tutto di snelli corpi grigi, che avanzavano con grandi capriole eleganti. Johnny non conosceva le abitudini delle creature del mare, ma sapeva con certezza che gli squali non nuotano in quel modo; inoltre quegli animali respiravano ossigeno, proprio come lui. Li sentiva, quando gli passavano accanto e vedeva i fori delle narici aprirsi e chiudersi. Ma s, certo: erano delfini!
Johnny si rilass e allung le gambe. Aveva visto spesso i delfini al cinema o in TV e sapeva che erano animali innocui e simpatici. I nuovi venuti si erano messi a giocare come bambini tra i rottami della Sant'Anna, menando forti colpi con il muso allungato ai relitti galleggianti, tra sbruffi e squittii. A qualche metro dalla zattera, un delfino teneva un pezzo di legno in equilibrio sul naso, proprio come Johnny aveva visto fare al circo, e sembrava che dicesse ai compagni: Guardate come sono bravo!.
La strana testa, non certo umana, ma intelligente, si volse verso Johnny, e di colpo l'animale smise di giocare, con un gesto di evidente stupore. Si tuff in mare, squittendo tutto eccitato, e un attimo dopo, Johnny si trov circondato da tanti musi luccicanti e perplessi. Avevano tutti un'espressione cordiale, tanto che lui rispose con un sorriso.
Ormai non si sentiva pi solo: aveva dei compagni, anche se questi non erano esseri umani e non potevano fare nulla per lui.
I delfini intanto continuavano ad affiorare e a guardarlo, come se volessero assicurarsi che ci fosse ancora: lo osservarono pieni di curiosit mentre si sfilava i vestiti inzuppati e li stendeva al sole. Allora Johnny si rivolse ai nuovi amici, chiedendo solennemente: E ora, che cosa devo fare?
La risposta immediata era ovvia: Johnny doveva trovare subito un riparo dal sole tropicale. Per fortuna, il problema non presentava eccessive difficolt: con l'aiuto di alcuni pezzi di legno provenienti dal naufragio, Johnny si costru un piccolo sostegno e vi stese sopra la camicia. Finito il lavoro, si sent piuttosto soddisfatto di s e sper che i delfini apprezzassero la sua abilit.
Poi si stese all'ombra per risparmiare le forze, mentre il vento e la corrente lo trascinavano verso un destino misterioso. Non provava ancora i morsi della fame, e per quanto avesse gi le labbra secche, la sete non si faceva seriamente sentire.
Il mare si era quietato, e il ragazzo si sentiva cos in pace, cos tranquillo, da dimenticare perfino la sua situazione disperata: contemplava felice il cielo azzurro, l'acqua, e gli eleganti animali che danzavano tutt'intorno a lui... Poi si addorment.
Qualcosa urt contro la cassa, e Johnny si svegli di soprassalto. Quattro delfini nuotavano fianco a fianco, spingendo la zattera che acquistava sempre pi velocit. Johnny fiss stupito gli animali, a pochi centimetri da lui, chiedendosi se per caso quello non fosse uno dei loro giochi. Ma non era cos: i delfini adesso agivano deliberatamente, decisamente. Il gioco era finito, e lui si trovava al centro del branco di cetacei che nuotavano tutti nella stessa direzione, circondandolo da ogni lato a perdita d'occhio. Avanzava nell'oceano in mezzo a una specie di formazione militare, quasi una cavalleria marina.
Johnny si chiese per quanto tempo quella corsa sarebbe durata. I suoi nuovi amici parevano decisi a continuare. Di tanto in tanto, un delfino lasciava la zattera e si tuffava sott'acqua, e subito il suo posto veniva preso da un altro. Il ragazzo per non avrebbe saputo dire in che direzione stessero andando; solo al tramonto cap che i delfini puntavano a ovest, perch il sole calava proprio di fronte a lui. Era contento che venisse buio e pensava con sollievo alla frescura notturna dopo tanto sole. Adesso aveva terribilmente sete e si sentiva le labbra screpolate. Tutta quell'acqua intorno lo tentava, ma sapeva che non doveva bere.
Con suo immenso sollievo il sole cal dietro l'orizzonte, in un mare di oro e porpora. I delfini intanto continuavano la corsa verso occidente, sotto le stelle e la luna nascente. Evidentemente, gli animali avevano una meta, ma quale? Johnny sperava che non lontano di l ci fosse un'isola e che quelle creature socievoli e intelligenti volessero condurvelo. Per non capiva perch mai si dessero tanto da fare.
La notte fu interminabile. Il naufrago non poteva dormire per la grande arsura che lo divorava. Inoltre, durante il giorno, il sole gli aveva prodotto diverse scottature e ora si girava e rigirava sulle assi nel vano tentativo di trovare una posizione meno disagevole. Infine si distese sulla schiena e rimase cos fissando il cielo stellato. Di tanto in tanto, il raggio luminoso di un satellite fendeva le tenebre da occidente a oriente, viaggiando in direzione opposta a quella degli astri.
Finalmente la luna tramont, e il mare ridivenne fosforescente. I bei corpi snelli dei delfini sembravano spalmati di fuoco e ogni volta che balzavano in aria disegnavano un arco scintillante nella notte.
Stavolta Johnny non salut l'alba con gioia: ormai sapeva che non poteva ripararsi a sufficienza dal sole dei tropici. Innalz la sua minuscola tenda, si rannicchi all'ombra della camicia e si sforz di non pensare alla sete.
Ma era impossibile. Gli sembrava continuamente di vedere bicchieri colmi di succo di frutta ghiacciato, latte spumoso e gelato, e acqua che sgorgava in cascate cristalline. Eppure non beveva da trenta ore, e c'erano stati naufraghi che avevano resistito molto pi a lungo senza un goccio d'acqua.
L'unica cosa che gli infondeva coraggio era la costanza della sua scorta, che continuava a spingere la zattera, a velocit sempre uguale, verso occidente. Ormai Johnny non si chiedeva pi perch i delfini agissero cos: sapeva che avrebbe risolto il problema pi tardi. E finalmente, a met mattina, gli apparve la terraferma.
Per qualche minuto, temette che si trattasse di una nuvola lontana, ma poi non ebbe pi dubbi: era proprio un'isola. Sembrava fluttuare sull'acqua, e i suoi contorni, per effetto del calore, parevano danzare sulla linea dell'orizzonte.
Un'ora dopo, Johnny distingueva chiaramente l'isola, lunga e stretta, completamente coperta di vegetazione. Una breve spiaggia di un biancore abbagliante la circondava tutta, e davanti alla spiaggia si ergeva, probabilmente, una grande, aspra scogliera, perch tutto intorno, per almeno un miglio, si notava un bordo di candidi frangenti.
A tutta prima il ragazzo non vide segno di vita, poi, con suo grande sollievo, scorse un sottile filo di fumo che saliva dalle foreste dell'interno. Se c'era fumo, c'erano anche uomini, e, di conseguenza, l'acqua.
La zattera si trovava ancora a varie miglia dall'isola, quando Johnny ebbe un tuffo al cuore: i delfini, compiendo un largo giro, si allontanarono dalla terra, ormai tanto vicina. Poi cap: la scogliera costituiva un ostacolo invalicabile per i cetacei, che si preparavano ad aggirarla, abbordando l'isola in un altro punto.
Ci volle almeno un'ora per compiere l'intero giro, ma Johnny se ne stava tranquillo, sicuro di essere ormai salvo. Quando la zattera con la sua scorta infaticabile doppi la punta occidentale dell'isola, Johnny vide prima alcune barche all'ancora, poi un gruppo di basse costruzioni bianche tra cui si aggiravano uomini e donne dalla pelle scura. Una comunit abbastanza numerosa, sperduta in quel punto solitario del Pacifico.
Finalmente i delfini rallentarono la corsa e parve a Johnny che temessero di avventurarsi in acque troppo basse. Spinsero dolcemente la zattera oltre le barche ancorate, poi si ritrassero, come se volessero dire: Adesso tocca a te.
Johnny avrebbe voluto ringraziarli, ma aveva la bocca troppo impastata per poter parlare. Si lasci scivolare lentamente dalla cassa, e si trascin a terra. Adesso tutti gli correvano incontro sulla spiaggia. Johnny si volse verso i cetacei che gli avevano fatto compiere quel viaggio incredibile e agit le braccia in segno di gratitudine. Ma gi i delfini erano tornati alle loro dimore, nelle profondit del mare aperto.
Poi fu come se qualcosa gli tagliasse a un tratto le gambe... Mentre si afflosciava sulla sabbia, l'isola, i delfini, gli uomini, a un tratto sparirono.
Quando riapr gli occhi Johnny si ritrov in un lettino basso, sistemato in una nitida stanzetta dalle pareti bianche. Proprio al di sopra della sua testa ronzava un ventilatore e la luce filtrava dalle tendine di una finestra. Una sedia di vimini, un tavolino, un cassettone e il lavabo costituivano tutto l'arredamento della stanzetta: anche senza quel vago odore di disinfettante, Johnny avrebbe capito che si trattava di un ospedale.
Si rizz a sedere, ma subito gli sfugg un grido di dolore. Gli pareva di avere il fuoco addosso, e osservandosi meglio si accorse di essere tutto coperto di vesciche e chiazze rosse. Nei punti pi dolenti era stato spalmato un unguento bianco.
Johnny rinunci all'idea di muoversi, almeno per il momento, e si abbandon sul lettino con un altro lamento involontario. In quel momento, la porta si apr e nella stanza entr un donnone enorme, con le braccia simili a due cuscinetti e tutto il resto in proporzione: doveva pesare almeno centoventicinque chili! Eppure non era grassa: era semplicemente enorme.
Dunque, giovanotto, disse la donna, entrando, che c' che non va? Non ho mai sentito tanti strilli per un po' di pelle scottata!
Un gran sorriso le illumin la larga faccia color cioccolata, giusto in tempo per ricacciare in gola al paziente una protesta indignata. Johnny si sforz di risponderle con un sorriso e le permise docilmente di prendergli polso e temperatura.
Adesso, disse lei, mentre toglieva il termometro, ti far dormire e quando ti sveglierai sar tutto passato. Prima per dovresti dirmi di dove vieni, perch possiamo avvertire i tuoi.
Johnny s'irrigid, nonostante le scottature. Dopo aver fatto tanta strada non aveva nessuna voglia di essere rimandato a casa con la prossima nave.
Non ho nessuno da avvertire, disse. E nessun messaggio da mandare.
Le sopracciglia dell'infermiera si levarono appena.
Gi, disse, in tono scettico. E allora, pronti per un bel sonnellino.
Un momento, preg Johnny. Ditemi dove sono. Forse in Australia?
Prima di rispondere, l'infermiera vers un liquido colorato in un bicchiere.
S e no, disse poi. Siamo in territorio australiano, ma a un centinaio di miglia dal continente, in un'isola della Grande Barriera. Sei stato fortunato ad arrivarci! Su, adesso, prendi questo, non  poi tanto cattivo.
Johnny fece una smorfia, ma la donna aveva detto la verit. Il ragazzo fece ancora una domanda.
Come si chiama questo posto?
La grossa infermiera scoppi in una risata che parve un rombo di temporale lontano.
Ma tu dovresti saperlo, disse. Isola dei Delfini. Johnny sent appena le ultime parole e sprofond nel nulla: certamente il farmaco aveva fatto effetto.
Quando si svegli per la seconda volta, Johnny era ancora tutto indolenzito, ma le scottature erano scomparse. Nei giorni successivi, cambi pelle come i serpenti.
L'infermiera, che si chiamava Tessie e veniva dall'isola di Tonga, lo guardava con aria di approvazione mentre lui divorava uova, carne in scatola e frutta dei tropici. Dopo mangiato Johnny si sentiva in perfetta forma e diventava impaziente: non vedeva l'ora di esplorare l'isola sconosciuta.
Calma, calma, gli disse Tessie, Hai tutto il tempo che vuoi. Rovist in un mucchio di abiti, in cerca di una camicia e di un paio di pantaloni che andassero bene a Johnny e glieli diede. Ecco, questi vanno. E anche il cappello. Non prendere il sole prima di esserti abbronzato, altrimenti ti riporteranno qui e io perder la pazienza.
Star attento, promise Johnny. Non doveva essere piacevole vedere Tessie infuriata...
La donna s'infil due dita in bocca, lanci un fischio e immediatamente comparve una ragazzina.
Ecco il ragazzo dei delfini, Annie, disse l'infermiera.
Accompagnalo dal dottore, che lo sta aspettando.
Johnny segu la sua guida per vicoli lastricati da frammenti di corallo di un bianco accecante nel gran sole. Passarono sotto strani alberi che sembravano querce, e Johnny rimase un po' deluso; aveva sempre creduto che le isole tropicali fossero coperte di palme.
Sbucarono infine in un largo spiazzo, su cui si affacciava una serie di edifici in cemento, collegati da tanti passaggi coperti. Alcune di quelle costruzioni avevano ampie finestre dietro cui si vedevano gli impiegati intenti al lavoro; altre invece erano prive di aperture. Probabilmente in queste ultime erano installati dei macchinari.
La ragazzina guid Johnny lungo la scalinata che portava all'edificio principale: poi, troppo timida per rivolgergli anche solo una parola, scomparve non appena furono arrivati davanti a un uscio dov'era scritto: Dottor Keith Vicedirettore. Johnny buss, aspett, finch una voce dall'interno disse Avanti; allora entr in un vasto ufficio, che l'aria condizionata rendeva piacevolmente fresco.
Il dottor Keith era un tipo sulla quarantina, con un'aria da professore e, per quanto fosse rimasto seduto dietro la scrivania, Johnny si accorse che doveva essere singolarmente alto. Era il primo bianco che vedeva sull'isola.
Il dottore indic una sedia, dicendo, con voce leggermente nasale: Siediti, caro.
A Johnny non andava di essere chiamato caro, e ancora meno gli piaceva l'accento australiano del dottore. Per rispose grazie molto educatamente, poi si sedette e aspett la mossa successiva.
Questa giunse del tutto inaspettata. Forse sarebbe meglio che per prima cosa tu raccontassi che cosa ti  capitato dopo che la Sant'Anna  colata a picco, cominci il dottore.
Johnny lo fiss a bocca aperta. Tutti i suoi progetti naufragavano: era evidente che quel tipo sapeva tutto di lui e che l'avrebbe rispedito a casa in un baleno.
Decise tuttavia di non arrendersi senza lottare.
Non ho mai sentito parlare della Santa..., di quella nave! rispose con aria innocente.
Facci credito di un minimo d'intelligenza, caro. Appena sei arrivato a terra in quel modo cos originale abbiamo telegrafato a tutti i guardacoste per sapere se qualche nave avesse fatto naufragio. Ci hanno riferito che l'equipaggio del mercantile Sant'Anna era sbarcato a Brisbane, e che la nave era colata a picco un centinaio di miglia a est della nostra isola. Si erano messi in salvo tutti compreso il gatto. Allora ci  venuto in mente che forse tu eri un passeggero clandestino.  stato sufficiente controllare tutti i posti di polizia lungo la rotta della Sant'Anna per averne conferma. Il dottore tacque un momento, prese una pipa dal tavolo e la esamin a lungo, come se la vedesse per la prima volta. Johnny pens che lo stavano prendendo in giro e la sua avversione per Keith aument considerevolmente.
Non hai idea di quanti ragazzini scappino da casa, riprese quella voce odiosa. Ci sono volute alcune ore per trovare i tuoi; a dire il vero, tua zia Martha non ne  sembrata particolarmente felice. Non ti biasimo per aver voluto andartene!
Dopo tutto, il dottor Keith non era poi cos antipatico.
E adesso? Cosa farete di me? chiese Johnny. La voce gli tremava e stava per scoppiare in lacrime.
Per il momento non possiamo fare granch, disse il medico, ravvivando subito le speranze del ragazzo. Il battello sar di ritorno domani e non salper prima di una settimana: hai otto giorni a tua disposizione.
Otto giorni! In otto giorni potevano accadere tante cose...
Nella mezz'ora seguente Johnny raccont della sua traversata dopo il naufragio, mentre il dottor Keith lo interrogava e prendeva appunti. Questi non pareva affatto stupito, e appena l'altro ebbe finito prese da un cassetto un mazzo di foto che rappresentavano molti tipi diversi di delfini.
Sapresti identificare i tuoi amici? chiese il dottore.
Prover, disse Johnny, scartabellando tra le foto. Le scart tutte, tranne tre probabili e due possibili.
Il dottor Keith parve soddisfatto della scelta.
S, disse, probabilmente erano questi. Quindi fece una strana domanda a Johnny.
Ti hanno parlato?
A tutta prima, Johnny credette che scherzasse, ma Keith era serissimo.
Emettevano soltanto sibili, squittii, grugniti, rispose.
Somigliavano a questi? Il dottore premette un pulsante sul tavolo. Da un microfono collocato in un angolo giunse un suono, come di cancello arrugginito che girasse sui cardini. Segu un rumore simile a quello dei vecchi motori a scoppio e, finalmente, una frase: Buongiorno, dottor Keith.
Le parole erano state pronunciate in fretta, un po' sibilanti, ma si capivano benissimo. E non si trattava di una semplice ripetizione meccanica di suoni. L'animale che aveva esclamato: Buongiorno, dottor Keith, sapeva perfettamente quello che diceva.
Mi sembri stupito, sorrise il medico. Nessuno ti aveva mai detto che i delfini parlano? Johnny scosse il capo.
Cinquant'anni fa si sapeva gi che posseggono un linguaggio. Noi lo abbiamo imparato, e contemporaneamente abbiamo insegnato loro l'inglese, con risultati soddisfacenti, grazie al sistema del professor Kazan. Conoscerai il professore appena sar di ritorno sull'isola,  ansioso di ascoltare il racconto della tua avventura. Nel frattempo ti cercher un compagno.
Premette un tasto e subito una voce rispose al citofono.
Qui parla la scuola. Pronto, dottore?
Avete un ragazzo libero?
C' Mick, e sar felicissimo di venire.
Benissimo. Mandatemelo in ufficio.
Johnny sospir. Anche in quell'isola in capo al mondo, non c'era scampo dalla scuola...
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Capitolo 5.
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Mick Nauru aveva un solo difetto: raccontava troppe storie. Per esempio affermava che sorella Tessie, anzi Ton Tessie come la chiamavano nell'isola, aveva dovuto andarsene da Tonga, perch le altre ragazze giganti la prendevano in giro per la sua statura inferiore al normale. Johnny non ci credeva, ma Mick dichiarava che era proprio cos. Chiediglielo, se non mi credi, aveva detto, tutto serio, sotto il ciuffo di capelli nero e ribelle.
Per fortuna, le altre informazioni potevano venir controllate pi facilmente. Mick, per prima cosa, lo port in giro per l'isola. Johnny ci mise qualche giorno ad ambientarsi e intanto apprese che l'Isola dei Delfini era abitata dai tecnici e dagli scienziati della Base scientifica, nonch dai pescatori addetti ai rifornimenti e al servizio dei ricercatori.
Abiti qui da tanto tempo? chiese Johnny.
No, i miei vengono dall'isola di Darnley, nello stretto di Torres. Sono emigrati qui cinque anni fa, quando io ne avevo dodici. Erano pagati bene e trovavano interessante il lavoro.
E lo  davvero?
Perbacco! Io non vorrei tornare a Darnley per tutto l'oro del mondo. Aspetta di vedere la scogliera e allora capirai. I due ragazzi avevano lasciato il sentiero per addentrarsi nella foresta che copriva buona parte dell'isola. Gli alberi erano fitti, ma senza i grovigli di vegetazione delle grandi foreste tropicali. Ciascuno aveva grossi bastoni appoggiati al tronco, e Johnny ci mise un bel po', prima di capire che si trattava di radici; era come se la pianta, non fidandosi del suolo cedevole su cui cresceva, cercasse appoggio con le sue propaggini.
Gli alberi del pane, spieg Mick. Con i frutti si fa una specie di pane: l'ho assaggiato una volta, ma  perfido. Attento!
Troppo tardi. La gamba destra di Johnny era ormai sprofondata fino al ginocchio, e mentre il poveraccio cercava di liberarsi, sprofond anche la sinistra.
Mi spiace tanto, disse Mick, con aria tutt'altro che dolente. Avrei dovuto avvertirti. Qui sull'isola ci sono uccelli che fanno il nido nel terreno, come i conigli, e in certi punti non si pu fare un passo senza finirci dentro.
Grazie per avermi avvisato in tempo! rispose Johnny, sarcastico, mentre usciva dalla buca e si scuoteva la polvere di dosso. C'erano davvero molte cose da imparare nell'Isola dei Delfini.
Finalmente, i due ragazzi uscirono dalla foresta e scesero alla spiaggia. Si trovavano sulla sponda orientale dell'isola, di fronte all'immensit del Pacifico.
Intorno non c'era segno di vita umana. Quella costa era battuta dai tifoni e, sulla spiaggia, i resti di antichi edifici e installazioni, calcinati dal sole, testimoniavano la violenza degli elementi. C'erano anche enormi blocchi di corallo, del peso di varie tonnellate, trascinati a riva dalle ondate, eppure era tutto cos quieto ora...
I ragazzi avanzarono lungo le dune sabbiose, tra il margine della foresta e il mare. Mick cercava qualcosa, e poco dopo la scov.
Sulla spiaggia si scorgevano alcune larghe impronte che portavano in un punto in cui la sabbia era stata accuratamente spianata. Mick, aiutato da Johnny, si mise a scavare, e a trenta centimetri di profondit, i due scoprirono una dozzina di uova, grosse come una palla da tennis, con un guscio tenero e flessibile. Allora Mick si tolse la camicia, e vi depose sopra le uova.
Sai cosa sono? chiese a Johnny.
S, rispose subito il ragazzo con vivo disappunto dell'altro. Sono uova di tartaruga. Le ho viste in un film. A cosa servono?
Si mangiano, sono buonissime con il riso!
Uhm! obiett Johnny.
Io, certamente, non le assagger.
Non si sa mai, rispose Mick.
I due seguirono la curva della spiaggia che si allungava prima verso nord, poi a ovest, in direzione dell'abitato. Stavano per arrivare alle prime case, quando videro una grande vasca, collegata all'oceano da un canale. La marea era bassa e il canale era sbarrato da una chiusa che tratteneva l'acqua in quella specie di piscina.
Eccoci, spieg Mick.
Questa  il vanto dell'isola! Nella vasca nuotavano lentamente, proprio come nell'oceano, due delfini. Johnny avrebbe voluto avvicinarsi maggiormente, ma una barriera di rete metallica glielo impediva. Sulla rete, un cartello a grandi lettere rosse, avvertiva: IDROFONI IN AZIONE SI PREGA DI FARE SILENZIO. I due si allontanarono senza far rumore e Mick spieg: Il professore non vuole che si parli vicino alla vasca dei delfini. Dice che si confondono.
Una volta, un pescatore ubriaco  venuto qui, gridando un mucchio di parolacce, ed  successo un putiferio; hanno dovuto portarlo via sul battello.
Che tipo  il professore? gli chiese Johnny con interesse.
Un uomo in gamba, rispose Mick.
E riesce davvero a parlare con i delfini? Non credevo che si potessero imitare quei suoni...
Non li imita: traduce i nastri registrati con l'aiuto del cervello elettronico e ne registra altri. In questo modo comunica con i delfini. La faccenda  un po' complicata, ma funziona.
Johnny era pieno di curiosit e voleva sapere come si facesse ad imparare la lingua di quei cetacei.
Il professore, gli spieg Mick, ha isolato nella vasca una delfina madre con il suo piccolo, ed  rimasto pazientemente ad ascoltare le istruzioni della femmina, proprio come faceva il cucciolo.
Non sembra difficile, osserv Johnny.
Ci sono voluti anni e ancora non ha finito. Adesso per possiede gi un migliaio di vocaboli e ha addirittura cominciato a stendere una storia dei delfini.
Una storia...
S. I delfini, non avendo i libri, posseggono una memoria prodigiosa, e sono in grado di raccontare fatti accaduti nell'oceano secoli fa. Almeno cos dice il professore. Del resto, prima che i libri fossero stati inventati, anche gli uomini dovevano mandare tutto a memoria, esattamente come i delfini.
Johnny continu a rimuginare quanto gli aveva detto Mick, finch dopo aver completato il giro dell'isola si ritrovarono al centro amministrativo. Ad un tratto, fu colpito da un'idea:
E chi finanzia questa impresa? chiese. Deve costare un patrimonio!
Non  poi tanto, se si pensa al costo dei lanci spaziali, osserv Mick. Il professore ha cominciato quindici anni fa, con sei collaboratori. Quando ottenne i primi successi, i gruppi scientifici pi importanti incominciarono a inviare denaro e adesso, ogni sei mesi, ci capitano qui i vecchi fossili del Comitato Ispettivo. Il professore sostiene che era molto meglio prima.
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Capitolo 6.
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Il Pesce Volante, l'aliscafo che faceva servizio tra l'Isola dei Delfini e l'Australia compiendo il percorso in due ore appena, spunt a occidente filando a una velocit di cinquanta nodi. Quando fu in prossimit della scogliera dell'isola ritrasse i pattini, si pos sull'acqua come un normalissimo battello e concluse la sua corsa ad una moderata velocit.
E Johnny cap che il battello era in vista quando vide che tutti si preparavano a scendere verso il molo: incuriosito si mescol alla folla, e si ferm sulla spiaggia, per osservare il bianco scafo che avanzava cautamente nel canale aperto tra i banchi coralliferi.
Scese per primo a terra il professor Kazan, che portava un immacolato abito bianco e un grande cappello. La sua apparizione fu applaudita calorosamente dal gruppo di tecnici, pescatori, impiegati e ragazzi.
Presto, Johnny si avvide che chi andava alla spiaggia per assistere all'arrivo del Pesce Volante doveva poi anche scaricare il battello. Per un'ora intera aiut a portare a terra una quantit impressionante di casse e di pacchi, che venivano accatastati nei magazzini. Aveva appena finito il lavoro e stava sorseggiandosi una ben meritata bibita ghiacciata quando fu chiamato all'altoparlante, e pregato di presentarsi all'ufficio dieci.
Appena arriv, fu introdotto in un vasto locale, dove erano installati alcuni apparati elettronici. Il professor Kazan e il dottor Keith, seduti davanti a un complicato quadro di controllo, non si accorsero nemmeno della presenza di Johnny, che fissava affascinato la scena.
Da un altoparlante proveniva una serie di strani suoni ripetuti pi volte: erano gli stessi che Johnny aveva gi sentito, ma con una leggera differenza. Dopo averli ascoltati almeno una dozzina di volte, il ragazzo cap che quei suoni venivano trasmessi al rallentatore, per permettere alle orecchie umane di coglierne ogni minima sfumatura.
E non era tutto. Quando l'altoparlante trasmetteva le voci dei delfini, su un grande schermo TV si accendeva un grafico luminoso, con zone di diversa intensit. I due scienziati lo esaminavano attentamente e ogni tanto toccavano un pulsante che aumentava la luminosit in alcuni punti e la riduceva in altri.
Ad un tratto il professore si accorse del nuovo venuto, abbass il volume e si gir verso di lui, senza spegnere l'apparecchio, mentre sullo schermo l'immagine continuava ad apparire e a scomparire con un ritmo ipnotico che attirava lo sguardo.
Nel frattempo, il ragazzo aveva avuto modo di esaminare il professor Kazan. Lo scienziato era un tipo tarchiato, con i capelli grigi; aveva certo pi di cinquant'anni, e un'espressione gentile ma distaccata, come se, pur sentendosi amico di tutti, preferisse essere lasciato ai suoi pensieri. Quando voleva, poteva diventare (Johnny l'avrebbe scoperto in seguito) un uomo simpaticissimo, ma spesso, anche nel bel mezzo di una conversazione, assumeva un'aria stranamente assente; insomma era un uomo capace di operare su due piani diversi.
Siediti, Johnny, cominci il professore. Il dottor Keith mi ha parlato di te, via radio, mentre ero sul continente. Immagino che tu ti renda conto di avere una bella fortuna, no?
S, signore, rispose Johnny.
Da secoli si racconta che i delfini, a volte, aiutino gli uomini a raggiungere la terra, ma finora nessuno aveva mai preso sul serio queste leggende. Tu per non sei stato soltanto spinto a riva, bens trasportato sull'oceano, per centinaia di miglia... e, inoltre condotto proprio qui, da noi. Perch? Questo vorrei sapere! Hai qualche idea in proposito?
Johnny si sent lusingato dalla domanda, tuttavia non seppe che cosa rispondere.
Forse, disse lentamente, hanno saputo che vi occupate dei delfini... Per non capisco come abbiano fatto a saperlo.
Probabilmente, intervenne il dottor Keith, sono stati avvertiti dai delfini che abbiamo rimesso in libert.
Il professor Kazan annu.
S. La cosa  estremamente interessante, perch appare evidente che i delfini costieri, di cui noi ci stiamo occupando, e quelli d'alto mare parlano lo stesso linguaggio. Questo fatto ci era sconosciuto.
Per non sappiamo ancora i motivi che li hanno spinti ad agire cos, osserv il dottore. Se quei delfini, che non hanno mai avuto contatti con gli uomini, si danno tanto da fare,  perch vogliono qualcosa in cambio. Insomma,  come se dicessero: Noi vi abbiamo aiutato, adesso tocca a voi.
Un'ipotesi plausibile, dichiar il professor Kazan.
Tuttavia c' un modo soltanto per scoprire cosa desiderano: chiederglielo.
Prima, per, bisogna rintracciarli!
Se gli amici di Johnny vogliono davvero qualcosa da noi, non si saranno allontanati molto e forse riusciremo a metterci in contatto con loro senza uscire da questa stanza.
Il professore gir una manopola e il locale si riemp di suoni. Non era pi il verso di un delfino isolato, ma la voce del mare; un sovrapporsi di sibili, di schianti, di rombi, e di stridii, e, soprattutto questo, il mormorio di milioni di onde.
Rimasero ad ascoltare per qualche minuto l'affascinante groviglio di suoni, poi il professore gir un'altra manopola.
Questo  l'idrofono occidentale, spieg a Johnny. -
Proviamo con quello orientale.  installato in alto mare, alla punta estrema della scogliera: Il quadro sonoro mut nuovamente. Il rombo delle onde si fece pi debole mentre i gemiti e gli squittii emessi dalle creature del mare prendevano il sopravvento. Il professore ascolt per qualche minuto, poi inser l'idrofono settentrionale e, per ultimo, quello meridionale.
Ti spiace azionare il nastro magnetico dell'analizzatore? chiese poi al dottor Keith. Sono pronto a scommettere che non c' nessun banco di delfini nel raggio diventi miglia.
In tal caso la mia ipotesi cadrebbe.
Non necessariamente. Venti miglia sono niente per quei cetacei. Ricordati che inseguono la loro preda dovunque.
Il professore si alz.
Tu resta qui a continuare l'analisi. Io devo tornare alla vasca. Vieni, Johnny, andiamo a trovare i tuoi amici.
Mentre si dirigevano verso la spiaggia, il professore rimase assorto in altri pensieri: a un tratto, con grande sbalordimento di Johnny, modul rapidamente tutta una serie di fischi. Poi, notando l'aria sbalordita del ragazzo, lo scienziato scoppi a ridere.
Gli esseri umani non sono in grado di esprimersi nella lingua dei delfini, spieg, per io riesco a pronunciare alcune delle frasi pi comuni. Devo avere un accento orribile, perch solo gli animali che mi conoscono bene mi capiscono. A volte penso che sono estremamente ben educati...
Il professore apr la saracinesca della vasca e subito la richiuse con cura.
Hanno tutti voglia di giocare con Susie e Sputnik, spieg
ma non posso permetterlo. Almeno finch stanno imparando l'inglese.
Susie era una bella bestia snella e irrequieta che toccava i 150 chili. Quando i due s'avvicinarono, si protese fuori dall'acqua. Sputnik, il figlio di nove mesi, era pi riservato di lei, o forse pi timido, e si teneva sempre prudentemente dietro la madre.
Buongiorno, Susie, disse il professore, parlando con estrema chiarezza. Buongiorno, Sputnik. Poi strinse le labbra per produrre alcuni sibili complicati. A un tratto s'incepp e imprec sottovoce prima di ricominciare da capo.
Susie scoppi nella risata del delfino e lanci un grande zampillo d'acqua verso i visitatori, evitando per accuratamente di inondarli. Finalmente nuot verso il professore. Questi tir fuori un sacchetto di plastica e ne tolse un pesciolino, che tenne sospeso in aria mentre Susie, con un balzo portentoso, afferrava il cibo direttamente dalle dita dello scienziato e si rituffava nella vasca tra una pioggia di spruzzi. Poi la delfina riemerse e scand in modo chiarissimo: Grazie, professore.
Evidentemente aspettava un altro boccone; ma Kazan scosse il capo.
No, Susie, disse, battendole sul dorso. Basta.  ora di pranzo.
Susie sbuff con aria di disapprovazione e si allontan rapidamente, seguita dal figlio. Il professore si rivolse a Johnny:
Prova tu a dare il cibo a Sputnik: di me non si fida.
Il ragazzo prese il sacchetto che puzzava di pesce e olio: c'erano voluti anni di ricerche per scoprire che i delfini andavano matti per quelle leccornie e che avrebbero fatto qualunque cosa pur di conquistarsele.
Johnny s'inginocchi sul bordo della vasca e chiam il piccolo:
Ehi, Sputnik! Vieni qui!
Il cucciolo emerse dall'acqua e con aria dubbiosa scrut Johnny. Poi guard la madre, il professor Kazan e finalmente ancora il ragazzo. Evidentemente l'invito lo tentava, ma era molto incerto.... A un tratto si tuff bruscamente e si mise a nuotare qua e l per la vasca, senza una meta precisa, proprio come capita agli uomini che non sanno decidersi.
Probabilmente ha paura del professore, pens Johnny. Si allontan allora da Kazan e torn a chiamare Sputnik.
Era proprio cos: il delfino stavolta nuot lentamente verso di lui. Era, per, ancora un po' diffidente, e spalanc le mascelle, mettendo in mostra una fila inquietante di denti minuscoli, ma taglienti come rasoi. Johnny si sent sollevato quando l'animale ebbe afferrato il boccone senza sfiorargli neppure le dita. Dopo tutto Sputnik era un carnivoro.
Subito il piccolo si protese in attesa di altro cibo. No, Sputnik, disse Johnny, ricordando le parole del professore.
No.  quasi ora di pranzo. Il delfino si scost appena dal bordo della vasca, Johnny si sporse per accarezzarlo. Pur tremando un poco, il cucciolo non schiv la carezza, anzi permise al ragazzo di passargli la mano sul dorso. La pelle del cetaceo era morbida e flessibile, come la gomma.
Johnny avrebbe voluto continuare a giocare con Sputnik, ma il professore gli fece un cenno di richiamo. Mentre si allontanavano, lo scienziato scherz: Mi sento quasi offeso... io non sono mai riuscito ad avvicinare Sputnik e tu ce l'hai fatta la prima volta. Mi pare che tu sappia trattare con i delfini.
Dopo un po', Kazan si volse a Johnny in tono molto diverso, trattandolo da pari a pari, non come un ragazzo di quarant'anni pi giovane di lui.
Io sono uno scienziato, cominci, ma, in fondo all'anima, sono rimasto un contadino russo superstizioso, e penso che sia stato il fato a mandarti qui. In primo luogo, il modo in cui sei arrivato e poi il comportamento di Sputnik che mangia dalle tue mani... Pura coincidenza, d'accordo, per un uomo sensato tien conto anche delle coincidenze.
Dove vuole arrivare? pens Johnny. Ma l'altro non disse pi parola finch arrivarono in vista degli uffici. A un tratto, con un lieve sorriso, not: Mi pare che tu non sia impaziente di tornare a casa.
Il cuore di Johnny fece un balzo.
Proprio cos, signore, disse in fretta. Mi piacerebbe molto rimanere qui, e imparare tante altre cose sui vostri delfini.
Non sono miei, lo corresse subito Kazan. Il delfino  una persona, pi libera di noi uomini. I delfini non sono di nessuno e spero che non lo saranno mai. Se collaboro con loro, non  solo per amore della scienza, ma anche perch lo ritengo un privilegio. Non considerare mai i delfini come bestie: nella loro lingua si chiamano la Gente del Mare, e non c' appellativo migliore per designarli.
Il professore si era stranamente animato, e Johnny lo capiva benissimo. Il ragazzo che doveva la sua vita alla Gente del Mare sperava di poter pagare un giorno il suo debito.
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Capitolo 7.
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Intorno all'Isola dei Delfini si stendeva il regno incantato della scogliera cristallina. Johnny non aveva mai pensato, neppure in sogno, che potessero esistere tante meraviglie. Durante l'alta marea, la scogliera era completamente sommersa dalle acque: si vedeva soltanto la corona di sabbia candida che circondava l'isola. Ma, poche ore dopo, si verificava un cambiamento incredibile: l'acqua si ritirava, l'oceano scompariva, e il fondo di corallo affiorava, stendendosi fino al lontano orizzonte.
Era questo il momento buono per esplorare quel luogo misterioso: bastavano un paio di scarpe, un cappellaccio per proteggersi dal sole, e una maschera.
La prima volta che Johnny vi si rec, Mick gli fece da guida. I due ragazzi partirono dalla sponda occidentale dell'isola. Si inoltrarono in una monotona terra di nessuno costituita da coralli morti (miliardi di frammenti accumulati da secoli); quando l'ebbero attraversata, si trovarono in un giardino di strane piante pietrificate: ovunque si scorgevano delicate ramificazioni colorate e grosse forme, simili a funghi giganteschi, cos salde da poterci camminare sopra. Eppure, quello non era un mondo vegetale. Chinandosi per osservare meglio Johnny si accorse che le forme erano tutte costellate di migliaia di fori, in cui abitava il polipo del corallo, un minuscolo essere, simile all'anemone marino, che si fabbricava da solo la propria casa. Alla sua morte, altre generazioni di polipi costruivano a loro volta, e cos, anno per anno, secolo per secolo, la scogliera aumentava di proporzioni. Tutto quello che si vedeva attorno, per una distesa di miglia e miglia, era dovuto al lavoro paziente di piccolissime creature viventi.
Presto Johnny scopr che sulla scogliera non esistevano solo i coralli. A un tratto, senza il minimo preavviso, uno zampillo d'acqua balz verso il cielo, a pochi passi da lui.
Cos' stato? ansim. Mick rise di quello spavento.
Si tratta di un mollusco, spieg brevemente. Ci ha sentiti arrivare.
Johnny riusc, finalmente, a sorprenderne uno in azione. Il mollusco, lungo una trentina di centimetri, era inserito verticalmente nel corallo, con le valve aperte, come uno splendido pezzo di velluto, color smeraldo e azzurro. Mick batt un colpo e la conchiglia si chiuse di colpo lanciando uno zampillo che per poco non invest Johnny in pieno viso.
Questo  piccolo, spieg Mick in tono di disprezzo. Bisogna scendere in profondit per trovare quelli grossi: ce ne sono di lunghi anche un metro e mezzo.
I due percorsero un centinaio di metri, sempre accompagnati dagli spruzzi dei molluschi disturbati dalla loro passeggiata, e arrivarono a una pozza d'acqua isolata. Non c'era un filo di vento che ne increspasse la superficie, e Johnny vedeva i pesci guizzare in profondit, nitidi come se fossero sospesi in aria. Avevano tutti i colori dell'arcobaleno e neppure una farfalla variopinta avrebbe potuto reggere il confronto con loro. Nel giro di cinque minuti, Mick mostr a Johnny una quindicina di animali diversi. C'erano conchiglie splendide e stelle marine che strisciavano sul fondo in cerca di preda; c'erano granchi solitari che si ritraevano nelle conchiglie scelte a loro dimora, e c'era anche una specie di enorme lumaca che lanci uno schizzo d'inchiostro purpureo quando Mick la stuzzic.
Poi videro un polipo ancora piccino che si appiattiva nell'ombra, dove solo un esperto come Mick avrebbe potuto scoprirlo. Quando sgusci dalla tana scivol elegantemente sui coralli, mentre il colore della sua pelle passava dal grigio a un rosa delicato.
Johnny si sarebbe fermato tutto il giorno ad esplorare quel punto, ma Mick era impaziente di proseguire. Ripresero il cammino verso il mare lontano zigzagando, in modo da evitare zone di corallo troppo fragili per sostenere il loro peso.
Mick si ferm per raccogliere una conchiglia grossa come una pigna. Guarda, disse a Johnny, tendendogliela.
Un uncino nero, aguzzo, una specie di falce sottile, si protendeva inutilmente verso di lui da un'estremit della valva.
 velenosa, spieg Mick. Se ti punge, potresti anche morire.
Poi rimise l'animaletto tra gli scogli, mentre Johnny lo guardava meditabondo.
Finalmente i due ragazzi raggiunsero il limite estremo della scogliera, e si fermarono ad ascoltare il leggero sciabordio delle onde. Nella roccia vivente si aprivano centinaia di pozze di acqua in cui nuotavano pesci, piuttosto grossi.
Vieni! lo invit Mick, infilandosi la maschera. Con un breve tuffo, si tuff nella pozza pi vicina, senza neanche voltarsi a guardare se l'altro lo seguisse.
Johnny esit un attimo, ma poi non volle farsi dare del codardo e si lasci scivolare in acqua. Appena le onde si chiusero sopra di lui, dimentic ogni timore: gli pareva di essere un pesce e di nuotare in un acquario gigantesco.
Adagio adagio, segu Mick lungo le pareti sinuose, tra i picchi corallini, sempre pi radi via via che si avvicinavano al mare aperto. Dapprima l'acqua era profonda appena pochi centimetri; poi, quasi di colpo, la parete scendeva verticalmente e prima di rendersene conto, Johnny si trov a sette, otto metri di profondit. Si era lasciato alle spalle la scogliera e puntava ormai verso il mare aperto.
Per un attimo, si sent prendere dal panico. Smise di nuotare e si volt a guardare la sponda sicura, a pochi metri da lui. Poi torn a scrutare davanti a s nell'abisso.
Era impossibile dire quanto fosse profondo: una cinquantina di metri almeno. L, nella fosforescenza azzurra e misteriosa, alcune grandi forme si muovevano avanti e indietro, come in una danza.
Che cosa sono? chiese a Mick.
Non ricordo il loro nome, rispose l'altro. Guarda laggi!
Con grande sgomento di Johnny, punt verso il fondo, veloce e agile come un pesce.
Divenne sempre pi piccolo, mentre si avvicinava alle forme, che invece si facevano sempre pi gigantesche. A quindici metri di profondit si ferm, e allung un braccio per toccare uno di quei pesci enormi, ma l'animale con un guizzo schiv il ragazzo.
Sembrava che Mick non avesse fretta di tornare a galla: Johnny, invece, aveva dovuto rifornirsi d'aria almeno una dozzina di volte. Finalmente, Mick risal verso la superficie, dicendo addio alle enormi creature marine.
Ma quanto pesano quei pesci? chiese Johnny quando il compagno riemerse e riprese fiato.
Quaranta, cinquanta chili; ma ce ne sono di pi grossi ancora a nord, ha detto il nonno. Raggiungono persino i quattrocento chili.
Non ci avrai creduto, spero!
Stavolta s, rispose Mick. Mi ha fatto vedere delle fotografie.
Mentre tornavano verso la scogliera, Johnny si volt a guardare l'abisso azzurro, che lo riempiva di curiosit e di sgomento.
C'era un solo mezzo per dominare queste emozioni: prima o poi doveva seguire l'amico nelle profondit misteriose.
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Capitolo 8.
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Avete ragione, professore, diceva il dottor Keith. Ma non capisco come avete fatto a indovinare. Comunque ci sono branchi di delfini a portata degli idrofoni.
Allora andr a cercarli con il Pesce Volante,
E dove? Potrebbero trovarsi praticamente dappertutto, nel raggio di diecimila miglia quadrate.
I satelliti di controllo ci sono appunto per questo, rispose Kazan. Chiama il Controllo di Woomera e digli di fotografare un'arco di cinquanta miglia tutto intorno all'isola. Avvertili di scattare le foto, se possibile, subito dopo l'alba.
E perch? chiese Keith. Ah, s, le ombre lunghe facilitano l'avvistamento.
Esatto. Sar gi una bella difficolt per loro scandagliare una zona tanto vasta.
Johnny fu informato della cosa subito dopo colazione, quando venne invitato a collaborare alle ricerche. L'apparecchio per le ricezioni delle immagini aveva fornito venticinque fotografie, ognuna delle quali comprendeva un'arca di venti miglia e presentava un numero infinito di particolari. Le foto erano state scattate un'ora circa dopo l'alba, da un satellite meteorologico alla quota di cinquecento miglia, e poich nessuna nube intercettava la visuale, le vedute erano nitidissime.
A Johnny venne assegnato il compito di esaminare la foto meno importante, ma pi interessante del gruppo, e cio quella centrale, in cui si vedeva l'isola: ed era estremamente divertente scrutare l'immagine con la lente d'ingrandimento e notarne ogni particolare: gli edifici, i sentieri, le barche. Si distinguevano perfino le persone, simili a tanti puntini neri.
Per la prima volta, il ragazzo si rese conto dell'immensit della scogliera. Il banco corallifero si stendeva per miglia e miglia verso est; al momento della ripresa la marea era alta, ma la scogliera spiccava nitidissima nella trasparenza delle acque cristalline e Johnny, dimentico dell'incarico ricevuto, si perdette ad esaminare il labirinto di pozze e di valli sottomarine.
Gli scienziati ebbero fortuna, e il gruppo dei delfini fu localizzato a sessanta miglia a sudest dell'isola, quasi al margine estremo del mosaico di fotografie.
Kazan aveva l'aria soddisfatta. Si stanno avvicinando, dichiar. Se continuano in quella direzione, li raggiungeremo in un'ora.  pronto il Pesce Volante?
Sta rifornendosi di carburante, ma fra trenta minuti potr partire.
Il professore dette un'occhiata all'orologio, eccitato come un ragazzino.
Bene, disse in fretta.
Tutti sul molo tra venti minuti.
Pochi momenti dopo, Johnny si trovava gi nel luogo convenuto. Per la prima volta saliva a bordo di una nave (la Sant'Anna non contava, dato che non aveva visto quasi niente) ed era deciso a non perdere nulla dell'avventura. Finalmente il professore arriv: fumava un sigaro enorme, indossava una sgargiante camicia hawaiana e portava la macchina fotografica, il binocolo e una borsa. Via! disse e il Pesce Volante moll gli ormeggi.
Il battello si arrest ai margini della scogliera, all'uscita del canale aperto in mezzo ai coralli.
Che cosa aspettiamo? chiese Johnny a Mick, mentre appoggiati alla ringhiera guardavano l'isola allontanarsi.
Non lo so con certezza, gli rispose Mick, ma me lo immagino. Eccoli che arrivano! Probabilmente il professore li ha chiamati con i microfoni sottomarini, bench di solito vengano spontaneamente.
Due delfini si stavano avvicinando al battello, con grandi balzi quasi volessero attirare l'attenzione su di s. Si accostarono al Pesce Volante e con grande stupore di Johnny furono tratti a bordo, mediante una cima che era stata calata in acqua. Gli animali vennero subito deposti in una vasca situata a poppa. Lo spazio era piuttosto ridotto, ma i cetacei parevano del tutto a loro agio: evidentemente ci erano abituati.
Einar e Peggy, present Mick. Due dei nostri migliori delfini. Il professore li ha lasciati in libert alcuni anni fa, ma loro non si allontanano mai dall'isola.
Come fai a distinguerli uno dall'altro? chiese Johnny.
Mi sembrano identici.
Mick scosse il capo ricciuto.
Veramente non saprei dirtelo. Einar si riconosce facilmente dalla cicatrice sulla pinna sinistra, e di solito  sempre con la sua amica Peggy. S, deve essere proprio lei, concluse.
Nel frattempo il Pesce Volante aveva acquistato velocit e si allontanava rapidamente dall'isola. Il pilota (uno dei tanti zii di Mick) aspettava che la rotta fosse totalmente sgombra di ostacoli sottomarini prima di lanciare il battello a pieno regime.
Si erano ormai lasciati alle spalle la scogliera da almeno due miglia, quando il pilota abbass i grandi pattini e azion gli idrojet. Con un balzo poderoso, il Pesce Volante si lanci in avanti, acquistando via via velocit, finch si sollev sulle acque, e raggiunse i cinquanta nodi all'ora.
Era bello starsene sul ponte, reggendosi saldamente alle ringhiere e prendersi sul viso lo schiaffo del vento, mentre il battello filava sull'oceano; dopo un po', sentendosi leggermente stordito e quasi senza respiro, Johnny cerc riparo dietro il ponte e segu con lo sguardo l'Isola dei Delfini che scompariva all'orizzonte.
Durante l'ora seguente passarono accanto a altri isolotti, quasi tutti disabitati, a detta di Mick. Da quella distanza, le isole parevano incantate, e Johnny si chiese perch mai nessuno vi risiedesse. Non era ancora pratico di quei luoghi, e non si rendeva conto dei complessi problemi di rifornimento che la vita su un'isola della Grande Barriera comportava.
Quando nessuna terra fu pi in vista, il Pesce Volante rallent la corsa, si rituff in acqua, e finalmente si ferm.
Silenzio! ordin il comandante. Il professore sta per dare inizio ad alcune prove di ascolto!
L'esperimento non dur a lungo, perch cinque minuti dopo Kazan riapparve sul ponte con aria soddisfatta.
Siamo sulla via giusta, annunci. Si trovano a cinque miglia da noi.
Il battello ripart, deviando leggermente a ovest; poco dopo era circondato dai delfini, che solcavano le onde a centinaia, agili ed eleganti. Quando il Pesce Volante si ferm, gli animali gli si affollarono intorno, come se avessero atteso quella visita. Einar, allora, fu calato fuori bordo.
Scende lui soltanto, spieg il professore, perch ci sono molti maschi nel branco e non voglio guai.
Peggy era indignatissima, ma non pot fare altro che sferzare l'acqua con vigorosi colpi di coda, inondando tutti quelli che le venivano a tiro.
Johnny rimase con Mick sul ponte, sporgendosi dalla murata per vedere meglio gli snelli corpi grigi che si accavallavano intorno ad Einar. Che cosa stavano dicendosi? Einar capiva il linguaggio dei cugini d'alto mare? E il professore sarebbe riuscito, poi, a intendersi con lui?
Comunque, Johnny si sentiva profondamente grato verso le belle creature amiche, e sperava che Kazan potesse dare loro aiuto.
Mezz'ora dopo, Einar ritorn verso il battello e fu issato a bordo, con grande sollievo di Peggy e del professore.
Speriamo che si siano scambiati molti pettegolezzi, osserv questi. Trenta minuti di discussioni serie ci costano una settimana di lavoro anche con l'aiuto del cervello elettronico.
Sotto coperta, i motori del Pesce Volante rombarono e il battello si sollev lentamente dalle acque. I delfini gli tennero dietro per un centinaio di metri, ma presto furono distanziati e Johnny vide i loro corpi scuri stagliarsi contro il cielo, a parecchie miglia di distanza.
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Capitolo 9.
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Johnny cominci ad esercitarsi in tuffi e immersioni all'estremit del molo, dove erano ancorati i pescherecci e dove l'acqua poco profonda non nascondeva pericoli.
Mick non era un buon maestro: lui aveva sempre saputo nuotare sott'acqua e non conosceva le difficolt dei principianti. Comunque, dopo alcune ore di allenamento, l'allievo super l'impaccio iniziale e trov divertente abbandonarsi alle onde, volteggiare o rimanere immobile, a notevoli profondit. Per il momento riusciva a restare sotto acqua assai meno a lungo di Mick, ma anche per questo ci voleva esercizio.
Johnny aveva tutto il tempo per imparare: il professor Kazan si era occupato del suo caso e il ragazzo poteva ormai rimanere ufficialmente nell'isola. Sua zia era stata contentissima di liberarsi di lui e gli aveva spedito gli abiti e le poche cose che gli occorrevano. Ora che viveva all'altro capo del mondo e guardava alla vita passata con maggior obiettivit, Johnny si chiedeva se, in parte, il torto non fosse stato anche suo. Aveva davvero cercato di inserirsi nella famiglia che l'aveva adottato? Zia Martha, vedova, non aveva la vita facile. Pi tardi forse, Johnny avrebbe capito meglio i problemi della povera donna, e imparato a volerle bene. Ma per il momento, non rimpiangeva di essersene andato.
La nuova esistenza per non era esclusivamente gioco e divertimento; al pari degli altri isolani minorenni, il ragazzo venuto dal mare doveva passare buona parte della giornata a scuola.
Il professor Kazan era intransigente in fatto di istruzione e sull'isola c'era un corpo insegnante costituito da due persone e dieci apparati elettronici. La grande invenzione della met del ventesimo secolo, le macchine insegnanti, aveva posto l'educazione su basi scientifiche.
Tutte le macchine facevano capo a OSCAR, il poderoso cervello elettronico che eseguiva le traduzioni scientifiche, e svolgeva quasi tutte le mansioni amministrative dell'isola.
Poco dopo l'arrivo di Johnny, OSCAR gli aveva sottoposto un quiz per determinarne il livello culturale e successivamente aveva approntato le bobine registrate e le programmazioni necessarie. Ora Johnny passava almeno tre ore al giorno alla tastiera di una macchina insegnante, e batteva le risposte alle domande che apparivano sullo schermo. Era libero di applicarsi allo studio nelle ore che preferiva, e si guardava bene dal sottrarsi al suo dovere, perch sapeva che OSCAR l'avrebbe immediatamente riferito al professore o, peggio ancora, al dottor Keith.
In quel momento, per, i due scienziati avevano ben altro a cui pensare. Dopo ventiquattro ore di lavoro ininterrotto, Kazan aveva tradotto il messaggio portato da Einar, e immediatamente si era trovato nei guai: con grande disappunto aveva appreso che gli veniva chiesto di prendere posizione in un conflitto.
Che facciamo, professore? chiese il dottor Keith, con il viso stravolto e la barba lunga, quando fu messo al corrente della cosa.
Non ne ho la pi pallida idea, rispose Kazan. Al pari di molti altri scienziati non si vergognava affatto quando doveva ammettere di trovarsi nei pasticci. Tu che ne pensi?
Stavolta il Comitato potrebbe esserci utile; perch non lo interpelliamo?
L'idea non  malvagia, osserv il professore.. Cerchiamo di metterci in comunicazione con qualcuno. Prese da un cassetto la lista dei nomi e cominci a scorrere le colonne.
Gli americani no, perch a quest'ora dormono. E anche gli europei. Rimangono... Saha, a Delhi; Hirsch, a Tel Aviv; Abdullah a...
Basta cos! lo interruppe il dottor Keith. Non ho mai sentito dire che una conferenza riesca, se vi partecipano pi di cinque persone.
Giusto. Vediamo di chiamarle.
Un quarto d'ora dopo, cinque uomini situati ai quattro angoli della terra parlavano tra di loro come se si trovassero nella stessa stanza. Il professor Kazan non aveva azionato anche lo schermo televisivo, perch non lo considerava strettamente necessario al buon andamento della discussione.
Signori, attacc, dopo i saluti iniziali, abbiamo un problema da risolvere. Tra non molto il fatto verr presentato all'intero Comitato, ma gradirei prima conoscere il vostro parere personale.
Ah! interloqu il dottor Hassim Abdullah, il grande biochimico pachistano, dal suo laboratorio a Karachi. Mi avete gi interpellato non ufficialmente una dozzina di volte almeno, e non mi risulta che abbiate mai tenuto in minimo conto il mio parere.
Stavolta  diverso, rispose Kazan. Dal tono estremamente serio delle sue parole, gli ascoltatori capirono che non si trattava di una comune discussione.
Il professore raccont brevemente l'avventura di Johnny, una storia che, d'altra parte, gli interlocutori conoscevano gi perch l'insolito salvataggio aveva avuto una risonanza mondiale. Poi parl della crociera del Pesce Volante e dell'incontro di Einar con i delfini d'alto mare.
Alcuni di voi, disse lo scienziato, ritengono che io sopravvaluti l'intelligenza di questi animali. Ora giudicate voi stessi. I delfini ci hanno chiesto aiuto contro il loro pi spietato nemico. Due sono le creature marine che li attaccano normalmente: gli squali (che non costituiscono per il pericolo maggiore, perch i cetacei adulti sono in grado di ucciderli) e il feroce capidoglio Orcinus Orca.
Quest'ultimo  cugino dei delfini e loro mortale nemico: un cetaceo gigantesco che si  volto contro la propria specie. L'animale raggiunge a volte anche i nove metri di lunghezza e nello stomaco di alcuni esemplari sono stati trovati i resti di ben venti vittime.
Non c' quindi da stupirsi se i delfini si siano rivolti a noi per chiedere protezione. Forse l'amicizia che hanno dimostrato per gli uomini nel corso dei secoli rappresentava un tentativo di entrare in contatto con noi, di chiederci aiuto nella loro lotta senza quartiere; ma solo ora siamo riusciti a capirlo. Se  cos, provo vergogna per me, e per la mia specie.
Un momento, professore intervenne il dottor Saha, fisiologo indiano. Tutto questo  interessantissimo, ma siete sicuro che la vostra interpretazione sia giusta? Tutti conoscono la vostra simpatia per i delfini, ma vi siete, per caso, lasciato influenzare dal sentimento?
Il professor Kazan rispose tranquillamente:
Non ci sono dubbi in proposito. Chiedetelo a Keith.
Esatto, conferm questi. Non conosco la lingua dei delfini quanto il professore, ma posso garantirvi che le cose stanno come lui dice.
Inoltre, continu Kazan, per dimostrarvi la mia imparzialit, vi pongo un dilemma. Pur non essendo zoologo, conosco per sommi capi la questione dell'equilibrio naturale. Ammesso che noi siamo in grado di dare aiuto a questi animali, abbiamo il dovere di farlo? Forse voi, dottor Hirsch, potete rispondermi.
Ci volle un momento prima che il direttore dello zoo di Tel Aviv rispondesse, perch era un po' insonnolito: in Israele non era ancora spuntata l'alba.
Un problema scottante, brontol. Non so se abbiate pensato a tutte le complicazioni che potrebbero sorgere. Allo stato naturale ogni animale ha un suo nemico e sarebbe disastroso se cos non fosse.  una legge forse crudele, ma efficace.
Non vedo l'analogia, obiett il professor Kazan. Qui non si tratta di animali selvaggi, ma di esseri intelligenti. Non sono esseri umani, ma sono pur sempre dotati di intelligenza. Insomma, pensate a un gruppo di pacifici contadini assaliti continuamente da orde di cannibali. Secondo voi i cannibali sarebbero utili a quei poveri diavoli?
Un momento, intervenne il dottor Abdullah. Ma i capidogli sono a loro volta intelligenti? Altrimenti la vostra analogia cade.
Sono intelligenti almeno quanto i delfini, rispose il professore.
Esiste un altro argomento in favore dei capidogli e contro i nostri amici, obiett il dottor Hirsch.
Lo conosco, rispose Kazan. Comunque esponetelo pure.
Noi ricaviamo una notevole parte del nostro sostentamento dal mare, un centinaio di milioni di tonnellate di pesce all'anno. I delfini sono i nostri diretti competitori e, se mangiano loro, non mangiamo noi. Sono in guerra con i capidogli,  vero, ma lo sono anche con i pescatori, di cui rompono le reti e divorano le esche. In questa lotta, le balene sono nostre alleate; se non tenessero sotto controllo i delfini, forse un bel momento per noi non ci sarebbe pi pesce.
L'argomento non impression il professore che, anzi, parve divertito.
Verissimo! Mi avete dato un'idea. Saprete, spero, che i delfini talvolta hanno collaborato con gli uomini, circondando branchi di pesci. La cosa si verificava, normalmente, con gli indigeni di questo arcipelago, duecento anni fa.
S, lo sapevo. Intendete rimettere in auge quelle consuetudini?
Pu darsi. Comunque, signori, vi ringrazio. Non appena avr condotto a termine alcuni esperimenti, invier una relazione al Comitato e quindi ci riuniremo per la seduta definitiva.
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Capitolo 10.
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La prima esplorazione notturna di Johnny sulla scogliera fu una esperienza indimenticabile. Era bassa marea, e le stelle brillavano nel limpido cielo senza luna, quando lui e Mick partirono muniti di torce subacquee, arpioni, maschere, guanti e sacchi che speravano di riportare pieni di gamberi e di granchi. Molti abitanti della scogliera abbandonavano il loro nascondiglio solo quando si faceva buio e Mick era ansioso di trovare certe rare conchiglie notturne, che poi rivendeva con un buon guadagno. Quella pesca, per, era illegale, essendo la fauna dell'isola protetta da leggi speciali.
I due amici attraversarono insieme la distesa di coralli, mentre le loro torce proiettavano dischi di luce piccolissimi nelle tenebre immense. La notte era cos buia che, dopo cento metri, l'isola era diventata invisibile, ma, per fortuna, la luce rossa dell'antenna radio serviva da punto di riferimento.
Tutto intento a badare dove mettere i piedi, Johnny non aveva tempo di guardarsi in giro; tuttavia, a un tratto fu colpito da qualcosa di cos strano che si ferm sbalordito.
All'estremo limite dell'orizzonte, a occidente, si levava una enorme piramide di luce, debole, ma distinta: sembrava il riverbero di una citt lontana: eppure in quella direzione c'era solo mare aperto.
Che cos'? esclam il ragazzo, pieno di meraviglia. Mick, che aveva proseguito il cammino mentre l'altro si era fermato a guardare, non seppe rispondergli.
 sempre cos nelle notti serene e senza luna, disse. Da voi non capita?
Non me ne sono mai accorto; ma noi non abbiamo un cielo cos limpido.
I due ragazzi rimasero a osservare, con le torce spente, il fenomeno che, da quando il fumo e la nebbia delle citt hanno offuscato lo splendore dei cieli, raramente  possibile ammirare: la luce zodiacale.
Poco dopo Mick scov, sul fondo di una pozza d'acqua, il primo gambero, che, abbagliato dalla luce della torcia, non tent neanche di fuggire e fin subito nel sacco appositamente preparato, dove non rimase solo a lungo.
La scogliera era popolatissima, e il fascio luminoso snidava una quantit di gamberi che scappavano davanti ai due ragazzi e protendevano minacciosamente le tenaglie. Johnny si chiese se fossero intrepidi o semplicemente stupidi.
I ragazzi erano ormai prossimi al margine della scogliera e sguazzavano in pochi centimetri d'acqua fosforescente, suscitando ad ogni passo sprazzi di luce. Impossibile, tuttavia, distinguere gli animaletti che emettevano quel bagliore: erano troppo minuti e trasparenti.
L'acqua si era fatta pi profonda, Johnny sentiva il rombo delle ondate che si frangevano contro gli scogli. Avanzava con prudenza perch nonostante fosse gi stato sulla scogliera molte volte di giorno, in quell'oscurit tutto gli appariva strano e misterioso.
Malgrado le precauzioni, ad un tratto il fondo di corallo gli manc sotto i piedi e lui si trov sull'orlo di una pozza tenebrosa. Il raggio della torcia rompeva le tenebre solo per pochi centimetri, e si perdeva poi sull'acqua limpida come il cristallo.
Qui dentro devono esserci molti gamberi, disse Mick. Si lasci scivolare in acqua, con un breve spruzzo, mentre Johnny rimaneva sul bordo della buca. Dopo un attimo di esitazione, anche lui si tuff.
Intorno, al di fuori del cono luminoso delle lampade, tutto era tenebra, mistero e minaccia. In quei primi momenti, Johnny si sent prendere dal panico e prov l'impulso irresistibile di voltarsi, di vedere che cosa lo inseguisse...
Dopo pochi minuti riprese il controllo dei propri nervi. Il raggio della torcia di Mick, pochi metri pi in l, gli ricordava che non era solo. Si mise quindi a esplorare gli anfratti e le cavit delle pareti rocciose.
La buca era piena di strani rumori e di bizzarre creature. Ogni volta che la sua guida batteva sulla roccia con l'arpione, Johnny udiva il colpo amplificato, insieme con l'eco lontano delle ondate che battevano contro gli scogli.
A un tratto fu colpito da un nuovo suono, come un leggero tamburellare di tanti chicchi di grandine. Il rumore era debole, ma chiarissimo e sembrava provenire da un punto molto vicino alla sua mano. Nello stesso istante, una leggera nebbiolina. vel il fascio di luce della torcia.
Milioni di minuscole creature, non pi grandi di un granello di sabbia, si precipitavano, attratte dalla luce, verso la lampadina, oscurandola completamente: si trattava della parte pi vitale e pi attiva del plancton. Johnny spense la torcia per disperdere lo sciame e mentre aspettava che la nebbia vivente svanisse, si chiese se il raggio non potesse attirare altri esseri marini, per esempio uno squalo. Si sentiva disposto ad affrontarlo di giorno, ma al buio la cosa era molto diversa...
Quando Mick cominci a risalire alla superficie, prov un senso di sollievo; tuttavia, era felice di aver fatto una simile esperienza. La notte trasforma radicalmente il mondo sottomarino, e non si pu dire di conoscere il mare, avendolo esplorato soltanto di giorno.
Cos'hai preso? chiese Johnny all'amico quando furono tutt'e due fuori dall'acqua.
Sei gamberi, due conchiglie tigrate, tre a forma di cono e una che non ho mai visto prima d'ora. Non c' male; per ho dovuto rinunciare a un grosso gambero che non sono riuscito a prendere perch si  rintanato in una buca...
Ripresero la strada attraverso la grande distesa corallina, orientandosi con la luce rossa dell'antenna radio. Johnny pensava preoccupato che nel frattempo l'acqua era cresciuta di molto e che l'isola era ancora lontana: sarebbe stato spiacevole se l'alta marea li avesse sorpresi cos lontani da terra.
L'escursione, per, era stata accuratamente progettata da Mick, che probabilmente aveva voluto mettere alla prova il suo allievo; questi l'aveva superata magnificamente. Se all'inizio si era sentito smarrito, aveva tuttavia dominato in breve tempo il suo sgomento.
Tra non molto sarebbe stato in grado di lasciare le tranquille pozze della scogliera per tuffarsi nelle mutevoli e misteriose acque del mare aperto.
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Capitolo 11.
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Ci vollero due settimane prima che il professore cominciasse ad attuare il suo primo progetto.
Gli scienziati del Centro Ricerche erano, naturalmente, favorevoli ai delfini. E il dottor Keith, facendosi interprete del pensiero dei colleghi, un giorno aveva dichiarato: Anche se i capidogli si rivelassero pi intelligenti dei delfini, io terrei sempre per questi ultimi: sono molto pi simpatici, e gli amici non si scelgono solo in base al loro cervello.
Johnny era rimasto stupito sentendo Keith parlare in quel modo: l'aveva sempre considerato un tipo gelido, incapace di emozioni.
I pescatori invece la pensavano diversamente. Anche loro trovavano simpatici i delfini, ma li consideravano dei rivali, strappavano le reti, rubavano il pesce pescato, e cos via. Di conseguenza se i capidogli impedivano a quei mariuoli di moltiplicarsi indiscriminatamente, tanto meglio.
Johnny ascoltava con interesse le discussioni, tuttavia si era gi fatta un'opinione ben definita. Quando qualcuno ci ha salvato la vita, per nulla al mondo possiamo metterci contro di lui...
Nel frattempo, il ragazzo era diventato un nuotatore esperto, per quanto ancora inferiore a Mick, ed era in grado di resistere a lungo sott'acqua: vi si sentiva a suo agio come sulla terraferma.
Finalmente, un giorno il professor Kazan lo chiam e Johnny si rese conto allora di quanto l'abilit che aveva acquisita nel nuoto subacqueo gli sarebbe stata utile.
Il professore aveva l'aria stanca ma soddisfatta. Johnny, cominci, ho un lavoro per te, sono sicuro che ti piacer. Guarda un po' questo.
Il professore gli mostr una specie di macchina calcolatrice piccolissima, con una tastiera di venticinque bottoni sistemati su cinque file. L'apparecchio era largo appena sei centimetri quadrati, aveva una base ricurva, di gomma, ed era munito di cinghie. Evidentemente si portava al braccio, come un orologio.
Su alcuni tasti era incisa una parola in stampatello. Johnny lesse: NO, S, SU, GI, AMICO, DESTRA, SINISTRA, PRESTO, ADAGIO, ALT, VIA, SEGUE, PERICOLO! e AIUTO! Le parole si trovavano disposte in ordine logico sulla tastiera: SU e GI erano rispettivamente in alto e in basso, SINISTRA e DESTRA, sulla sinistra e sulla destra. Parola di significato opposto, come NO, S, ALT e VIA, erano molto distanziate, cos da impedire che un testo venisse scambiato per un altro.
Nell'interno vi sono alcuni dispositivi elettronici, spieg il professore, e una batteria della durata di cinquanta ore. Quando premi un tasto, tu avverti solo un leggero ronzio, ma il delfino sente la parola riprodotta. Almeno lo spero. Voglio appunto vedere se l'apparecchio funziona.
I tasti senza parole sono stati lasciati liberi, in attesa di sapere quali altri vocaboli ci occorrono. Ora prendi l'apparecchio, il trasmettitore Mark I, e abituati a nuotare tenendolo legato al braccio. Inoltre devi imparare a trovare i tasti a occhi chiusi. Quando avrai finito, tornerai qui e passeremo alla seconda parte dell'esperimento.
Johnny era talmente eccitato che trascorse tutta la notte premendo i tasti e studiando la disposizione della tastiera. Si ripresent al professore subito dopo colazione. Lo scienziato non parve sorpreso.
Prendi pinne e maschera e vieni con me alla vasca.
E Mick, pu venire? chiese Johnny.
Certo, se sta tranquillo e non fa baccano.
Mick era pieno di curiosit per il trasmettitore, ma piuttosto deluso che l'avessero affidato a Johnny.
Non capisco perch non l'abbiano dato a me, protest.
Ma  chiaro, gli rispose l'altro. I delfini mi preferiscono.
Allora non sono intelligenti come dice il professore, dichiar Mick stizzito.
Anche Kazan e Keith discutevano dello stesso argomento mentre si dirigevano verso la vasca, carichi di apparecchiature varie.
Il comportamento di Sputnik nei confronti di Johnny, spiegava il professore, rientra nelle linee normali della specie. Un delfino allo stato selvaggio che voglia fare amicizia con un essere umano, incomincia sempre con un ragazzo.
Johnny, poi,  piuttosto mingherlino per la sua et, osserv il dottor Keith.
Temo che Mick si sia offeso. Sputnik non pu vederlo: una volta l'ho lasciato nuotare nella vasca, e perfino Susie sembrava poco soddisfatta. Affidagli la cinepresa.
Pochi minuti dopo, i ragazzi ricevevano le istruzioni dai due scienziati. Esigo il silenzio pi assoluto, ordin Kazan. Se parlate, rischiate di mandare a monte l'esperimento. Il dottor Keith e Mick sistemeranno le macchine da presa sul lato est, in modo da avere il sole alle spalle. Io passer dall'altra parte e tu Johnny ti tratterrai nella vasca, e nuoterai verso il centro. Probabilmente Susie e Sputnik ti seguiranno: tu rimarrai, finch non ti far cenno di spostarti. Capito?
Sissignore, rispose Johnny, molto fiero di s.
Il professore prese un mazzo di cartoncini bianchi dove stavano scritte le stesse parole della trasmittente.
Quando alzer uno di questi, spieg, tu dovrai premere il tasto corrispondente, assicurandoti che sia quello giusto. Se ne alzo due insieme, premi prima il tasto che corrisponde al cartoncino superiore e subito dopo l'altro. Chiaro?
Johnny annu.
Infine, prover con qualcosa di drastico: prima dar il segnale di PERICOLO! e qualche secondo dopo quello di AIUTO! Quando schiaccerai quest'ultimo tasto dovrai dibatterti come se stessi annegando, e lasciarti calare lentamente a fondo. E adesso ripeti quanto ti ho detto.
Quando Johnny ebbe finito, erano arrivati alla rete metallica che circondava la vasca; e intorno si era fatto silenzio. Si udivano solo Susie e Sputnik, che salutavano a forza di squittii e forti colpi di coda.
Il professor Kazan offr a Susie il solito boccone prelibato, ma Sputnik, come sempre, non si lasci tentare. Johnny, allora, si cal nella vasca, nuotando lentamente verso il centro.
I due delfini lo seguirono, tenendosi a cinque o sei metri di distanza. Quando il ragazzo tenendo la testa sott'acqua si volt a guardare quei corpi flessuosi, non pot far a meno di ammirare la loro eleganza.
Finalmente Johnny si ferm, tenendo d'occhio professore e delfini, in attesa di vedere il cartello. La prima parola fu AMICO.
I delfini capirono certamente il significato di quel vocabolo, perch furono presi da viva eccitazione. Johnny udiva abbastanza bene il ronzio della trasmittente, nonostante le sue orecchie cogliessero solo i suoni a bassa frequenza e non gli ultrasuoni.
La parola AMICO riapparve sul cartello e Johnny premette il tasto. Stavolta, con sua grande gioia, i due animali si mossero verso di lui. Si fermarono a un metro e mezzo appena, fissandolo con i neri occhi intelligenti. Il ragazzo ebbe l'impressione che avessero gi afferrato lo scopo dell'esperimento e aspettassero il prossimo segnale.
La parola successiva fu SINISTRA, e diede luogo a un equivoco inaspettato. Susie volt immediatamente dalla parte giusta, ma Sputnik gir, invece, a destra e il professor Kazan incominci a imprecare in tutte le quattordici lingue che parlava correntemente: capiva benissimo che quando si d un ordine bisogna prima assicurarsi che questo non possa venire interpretato in altri modi. Sputnik aveva creduto si trattasse della sinistra di Johnny; Susie, pi riflessiva, aveva invece compreso.
Nessuna ambiguit nell'ordine successivo: GI. Con un gran battere di pinne, i delfini si tuffarono verso il fondo della vasca, e vi rimasero pazientemente finch Johnny trasmise il segnale SU.
Era chiaro che gli animali si divertivano moltissimo a quel nuovo gioco meraviglioso. Apparvero i primi cartoncini doppi: ANDARE VELOCI. Johnny premette i due tasti, uno dopo l'altro, e il secondo ronzio era appena svanito che gi Susie e Sputnik filavano a tutta velocit attraverso la vasca: durante la corsa obbedirono agli ordini di DESTRA e SINISTRA, seguiti da quello di ADAGIO e finalmente da ALT.
Il professore non stava pi in s dalla gioia, il gelido dottor Keith era illuminato da un gran sorriso, e Mick si era abbandonato a una danza sfrenata sulla sponda della piscina. A un tratto tutti s'irrigidirono: era uscito il cartello PERICOLO!
Come si comporteranno ora Susie e Sputnik? si chiese Johnny, premendo il tasto.
I due cetacei, semplicemente, gli risero in faccia. Sapevano benissimo che era un gioco e non si lasciavano imbrogliare: conoscevano la vasca centimetro per centimetro e se davvero ci fosse stata qualche minaccia l'avrebbero scoperta molto prima degli uomini.
A questo punto il professore commise un piccolo errore tattico; ordin a Johnny di segnalare CESSATO PERICOLO.
Immediatamente i delfini, presi da una inaspettata frenesia, guizzarono per tutta la vasca a gran velocit, facendo balzi in aria e sfrecciando accanto a Johnny con tanto impeto che il ragazzo ebbe paura di essere travolto. La danza frenetica dur qualche minuto, poi Susie sollev il capo dall'acqua e fece un versaccio in direzione del professore. Solo allora, Kazan cap che i cetacei stavano prendendolo in giro.
Restava un'ultima parola: come l'avrebbero accolta? Il professore inalber il segnale di AIUTO; subito Johnny premette il tasto corrispondente e si lasci affondare con un gorgoglio di bolle d'aria.
Due meteore grigie si precipitarono immediatamente verso di lui, e Johnny avverti una lieve spinta che lo riportava a galla. Anche se avesse voluto toccare il fondo non gli sarebbe stato possibile, perch i delfini gli tenevano la testa fuori dell'acqua.
Il professore fece cenno al ragazzo di tornare e lui nuot verso la sponda. Ma la frenesia degli animali sembrava averlo contagiato, e, a un tratto, si tuff a capofitto; dopo una serie di capriole, si mise a nuotare sul dorso con la faccia rivolta verso l'alto, cercando di imitare i cetacei. Teneva le gambe unite e fendeva l'acqua con gli stessi movimenti ondulati. Tuttavia, la sua velocit rimaneva appena un decimo di quella di Susie e Sputnik.
I due delfini non si staccavano mai da lui e gli si strusciavano affettuosamente contro. Quando finalmente Johnny usc dalla vasca, Kazan lo abbracci, commosso. Anche il dottor Keith tent di stringerlo tra le sue braccia ossute, e Johnny lo schiv a stento. Appena fuori dalla zona di silenzio, i due scienziati si misero a parlare, pieni di eccitazione.
 troppo bello per essere vero, disse Keith. Arrivavano sempre un attimo prima di noi!
S, l'ho notato, rispose il professore. Non so se siano pi intelligenti di noi, comunque sono certo pi pronti.
Potr usare anch'io quell'aggeggio la prossima volta? piagnucol Mick.
S, disse Kazan. Adesso sappiamo che collaborano con Johnny, e vogliamo vedere come si comporteranno con gli altri. Anzi, mi vengono in mente due parole che dobbiamo inserire nella trasmittente.
E cio? chiese il dottor Keith.
PER FAVORE e GRAZIE, rispose il professore.
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Capitolo 12.
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Da pi di un secolo, tra gli abitanti dell'Isola dei Delfini correva una leggenda, che Johnny, un giorno, scopr casualmente.
Un mattino, dopo aver preso per una scorciatoia attraverso la foresta che copriva tre quarti dell'isola, il ragazzo decise di tornare sulla via normale, ma si smarr nell'intrico di pandanus e pisonia, affondando fino al ginocchio nel terreno sabbioso dove facevano il nido gli uccelli. Una strana sensazione sentirsi sperduto a poche centinaia di metri dal centro abitato e dagli amici! Johnny sognava ad occhi aperti di trovarsi nel cuore della giungla, a mille miglia dalla civilt, avvolto nel mistero e nella solitudine di un mondo vergine; e tutto questo senza il minimo rischio, perch in meno di cinque minuti sarebbe stato possibile uscire dalla foresta.
A un tratto, il ragazzo ebbe l'impressione che ci fosse qualcosa di strano in quel tratto di giungla: gli alberi, pi piccoli e meno numerosi, facevano pensare a una radura, esistita in epoche immemorabili e ormai completamente invasa dalla foresta.
Johnny si chiese chi mai fosse vissuto laggi, prima che radio e aerei collegassero la Grande Barriera con il resto del mondo. Pirati o criminali? Con la testa piena di idee romantiche, si mise a frugare tra le radici e i tronchi, sperando di trovare qualcosa.
Quando s'era gi perso di coraggio e si domandava se per caso non fosse stato tutto un frutto della sua immaginazione, scopr alcune pietre annerite dal fuoco, mezze sepolte nella terra e tra le foglie. Un focolare. pens Johnny, raddoppiando gli sforzi. Subito dopo vennero alla luce alcuni pezzi di ferro rugginosi, una tazza senza manico, e un cucchiaio spezzato.
Non era gran che, ma quei resti dimostravano indubbiamente che tempo addietro, su quell'isola, erano vissuti esseri civili, e non dei selvaggi. Certo nessuno si sarebbe spinto allora fino alla remota Isola dei Delfini per puro divertimento: dunque gli sconosciuti abitanti dovevano avere avuto le loro buone ragioni per stabilirsi l.
Il ragazzo si tenne il cucchiaio rotto per ricordo e lasci la radura. Dieci minuti dopo era sulla spiaggia, in cerca di Mick. Mick si trovava in classe, intento ad ascoltare l'ultima parte di un nastro di matematica. Appena ebbe finito, spense il registratore e Johnny gli mostr il cucchiaio e gli spieg dove l'aveva trovato.
Con sua grande sorpresa, Mick rispose imbarazzato:
Sarebbe stato meglio che tu non l'avessi preso, disse. Anzi faresti bene a riportarlo al suo posto.
Ma perch? chiese Johnny, sbalordito.
Mick strofin il grosso piede nudo sul pavimento di plastica e non rispose direttamente alle domande.
Io non credo agli spiriti, disse, per non andrei volentieri in quel posto, da solo, di notte.
Johnny fren la sua impazienza e lasci che l'altro gli raccontasse la storia, a modo suo. Per prima cosa Mick accompagn l'amico alla stazione radio, e si mise in comunicazione con il Brisbane Museum. Chiese qualcosa all'assistente addetto al reparto storico, e pochi secondi dopo, uno strano oggetto apparve sullo schermo: una specie di vasca di ferro, larga circa un metro e venti, profonda cinquanta centimetri, e appoggiata su una lastra di cristallo. Accanto c'erano due rozzi remi.
Cosa credi che sia? chiese Mick.
Sembra un serbatoio per l'acqua, dichiar Johnny.
S. Ma  stato usato anche come barca. Salp da quest'isola centotrent'anni fa, con tre persone a bordo.
Tre persone... l sopra!
Uno era un bambino. Gli altri due passeggeri erano una donna inglese che si chiamava Mary Watson e un cuoco cinese, di cui non ricordo il nome.
Man mano che ascoltava quella strana storia Johnny si trov trasportato lontano nel tempo, in un'epoca che riusciva a stento a immaginare. Si era nel 1881 (meno di un secolo e mezzo prima), e in Europa era gi nato Albert Einstein. La Grande Barriera era ancora meta delle scorrerie dei cannibali, montati sulle canoe da guerra. Nonostante questo, il capitano Watson si era stabilito sull'Isola dei Delfini, dove pescava e vendeva i cetrioli di mare (o bches-de-mer), orribili esseri rotondi che popolavano i mari coralliferi e che i cinesi acquistavano a caro prezzo, per servirsene in medicina.
Presto i cetrioli di mare, nei dintorni dell'isola, si erano esauriti e il capitano aveva dovuto spingersi sempre pi lontano per trovarne altri. Watson rimaneva assente per settimane e settimane, a bordo del suo battellino, lasciando la moglie e due servi cinesi a custodire la casa e il figlioletto.
Durante un'assenza del capitano, i selvaggi erano sbarcati sull'isola e avevano ucciso uno dei servi e ferito gravemente l'altro. Mary Watson era riuscita a ricacciarli a colpi di fucile; ma sapeva che i selvaggi avrebbero ripetuto l'assalto e che suo marito non poteva essere di ritorno prima della fine del mese.
Bench la situazione fosse disperata, Mary, donna coraggiosa e piena di iniziative, aveva deciso di abbandonare l'isola a bordo di una minuscola vasca che serviva alla bollitura dei cetrioli di mare; sperava di essere scorta dai vapori che facevano servizio lungo la Grande Barriera.
Cos aveva caricato acqua e viveri sul minuscolo scafo e aveva preso il largo. Il servo cinese, ferito gravemente, non le poteva dare molto aiuto, e il bimbo di quattro mesi aveva bisogno di assistenza continua; ma il mare, per fortuna, era liscio come l'olio.
Dodici ore dopo, i tre approdavano sull'isola pi vicina, sperando che passasse di l una nave. Ma dopo due giorni di inutile attesa, avevano ripreso il largo e si erano spinti fino a un'isoletta situata a quarantadue miglia da quel punto.
Finalmente, avevano avvistato un vapore, ma a bordo nessuno si era accorto di Mary Watson che agitava freneticamente la coperta del suo bimbo.
Esaurita la scorta dell'acqua, i tre disgraziati erano morti sull'isola priva di sorgenti, invocando la nave che non era comparsa mai.
Tre mesi dopo, per caso, un bastimento aveva sbarcato alcuni uomini, per rifornirsi di viveri.
Invece dei viveri, i marinai avevano scoperto il corpo del cuoco cinese e la vasca di ferro, seminascosta dalla vegetazione. Dentro la vasca stava Mary Watson con il bimbo ancora in braccio, accanto il diario del viaggio, scritto da lei...
L'ho visto al museo, dichiar solennemente Mick. Sono cinque o sei foglietti, strappati da un taccuino.  ancora perfettamente conservato, e non dimenticher mai le ultime parole:
"Niente acqua. Moriamo di sete."
Per un bel pezzo, nessuno dei due ragazzi parl, poi Johnny guard il cucchiaio rotto che teneva in mano. L'avrebbe riportato dove l'aveva trovato, per rispetto allo spirito dell'intrepida Mary Watson. Adesso capiva cosa provassero Mick e i suoi: chiss quante volte, nelle notti di luna, gli abitanti dell'isola avevano creduto di vedere una giovane donna che spingeva in mare la vasca di ferro...
Poi, a un tratto, lo colse un pensiero inquietante. Mick lo prevenne:
Mi sento sempre piuttosto a disagio quando racconto questa storia, disse. Il nonno di mio nonno era uno di quelli che hanno divorato il servo cinese.
...
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Capitolo 13.
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Ogni giorno ormai Johnny e Mick facevano una nuotata in compagnia dei due delfini, cercando di scoprire i limiti della loro intelligenza. Gli animali si erano abituati a Mick e obbedivano, ma non gli erano veramente amici. A volte, cercavano di fargli paura, caricandolo a tutta velocit, e schivandolo proprio all'ultimo minuto. A Johnny non giocavano mai tiri del genere, e spesso si strusciavano contro di lui o gli davano colpetti scherzosi, in cerca di carezze.
Questo comportamento irritava Mick, che non capiva perch Susie e Sputnik preferissero a lui quel viso bianco, piccolo e striminzito. I delfini per sono capricciosi almeno quanto gli uomini, e non  il caso di discutere sui loro gusti.
Nonostante qualche bisticcio occasionale, i due ragazzi si volevano bene, e non si staccavano mai uno all'altro. Mick era il primo vero amico che Johnny avesse avuto. Fino a quel momento, l'orfano aveva troppo sofferto per riuscire ad affezionarsi a qualcuno, ma ora la rottura con il passato era cos totale che i ricordi non avevano pi potere su di lui.
D'altra parte, Mick sapeva farsi amare e ammirare. Come buona parte degli isolani, aveva un corpo magnifico, forgiato da generazioni e generazioni di gente di mare, era sveglio e intelligente, e conosceva un sacco di cose interessanti. I difetti non erano rilevanti: un pizzico di temerariet, la tendenza ad ingrandire le cose, e il gusto per certi scherzi pesanti.
Verso Johnny, Mick si comportava come un fratello maggiore; forse il ragazzo isolano, che apparteneva ad una famiglia assai numerosa, capiva la solitudine profonda dell'orfano giunto dall'altro capo del mondo.
Da quando aveva preso confidenza con il nuoto subacqueo, Johnny tempestava l'amico perch lo portasse ad esplorare il bordo estremo della scogliera, dove l'acqua era profonda e ricca di grossi pesci d'alto mare. Mick per non aveva mai acconsentito; era un ragazzo impetuoso nelle cose da niente, ma cauto e prudente nelle imprese importanti. Sapeva che immergersi in una pozza d'acqua delimitata e sicura, era ben diverso che tuffarsi in mare aperto: l'oceano  pieno di sorprese, anche per il tuffatore pi esperto e non perdona a chi sbaglia.
Finalmente la buona occasione si present, per Johnny, in modo del tutto inatteso, grazie a Susie e Sputnik. Il professor Kazan aveva deciso che ormai fosse giunto il momento di lasciarli liberi: non teneva mai nella vasca una coppia per pi di un anno, perch i delfini sono esseri socievoli, che hanno bisogno di contatti con i loro simili. D'altronde, i cetacei rimessi in libert non si allontanavano, generalmente, dall'isola e potevano essere facilmente richiamati con i microfoni sottomarini. Il professore era sicurissimo che anche Susie e Sputnik si sarebbero comportati nello stesso modo. Ma i due superarono tutte le previsioni: rifiutarono semplicemente di andarsene.
Quando la saracinesca della vasca fu sollevata, Susie e Sputnik si spinsero lungo il condotto che immetteva nel mare aperto, poi, ad un tratto, tornarono indietro, come se avessero paura di quello che li aspettava laggi.
Che sciocchi! disse Mick con disgusto. Sono cos abituati a ricevere il cibo dalle nostre mani, che non hanno pi voglia di procurarselo da soli.
Ma la spiegazione non era del tutto giusta. Quando Kazan chiese a Johnny di percorrere il canale a nuoto, i delfini lo seguirono, e il ragazzo non dovette neppure premere i tasti del trasmettitore.
Da quel momento le nuotate nella grande vasca deserta furono sospese: il professore aveva altri progetti in mente. Ogni mattina, dopo le lezioni, Mick e Johnny andavano incontro ai due delfini e li guidavano fino alla scogliera. Di solito i ragazzi portavano con s il canotto di Mick: vi sistemavano sopra i loro abiti e l'occorrente per la pesca.
Mick aveva raccontato una terrificante storia di pescecani che avevano tentato di divorare un grosso barracuda da lui catturato e imprudentemente lasciato immerso in mare. Se vuoi vivere a lungo sulle scogliere della Grande Barriera, aveva aggiunto, devi tirare fuori immediatamente la tua preda dall'acqua, perch gli squali australiani sono i pi voraci del mondo.
Johnny calcol mentalmente in quanto tempo uno di quegli animali avrebbe potuto distruggere il minuscolo canotto di plastica... e rabbrivid.
Ad ogni modo, con la scorta di Susie e Sputnik, i due amici non correvano rischi: la presenza dei delfini dava loro un meraviglioso senso di sicurezza. Talvolta si univano al gruppetto anche Einar e Peggy, e un giorno una cinquantina di altri cetacei li accompagn durante una delle solite nuotate. A dire il vero, erano un po' troppi... Ma Johnny non volle offendere nessuno, premendo il tasto VIA.
L'acqua, al di l della scogliera, era straordinariamente limpida: quando Johnny guardava in basso, vedeva la parete irta di coralli, venti metri sotto di s, e si sentiva quasi prendere dalle vertigini.
In alcuni punti la scogliera frastagliata che circondava l'isola diventava bruscamente un muro di corallo quasi verticale. Era meraviglioso lasciarsi scivolare lentamente lungo quella parete, e sorprendere i pesci variopinti, che si nascondevano negli anfratti. Johnny, di solito, appena tornato a casa, cercava sui testi scolastici il nome delle straordinarie farfalle della scogliera: avevano quasi sempre strani nomi latini, assolutamente impronunciabili.
Quasi dappertutto lungo la scogliera si levavano pinnacoli e guglie isolate, che ricordavano a Johnny le formazioni rocciose del Grande Canyon. Ma le guglie del banco corallifero non erano state modellate dall'erosione: erano cresciute cos, per l'accumularsi, nel corso dei secoli, di innumerevoli coralli morti. Solo un sottile strato superficiale era vivo, e poggiava sul massiccio nucleo di cadaveri.
Parecchie guglie presentavano caverne, quasi sempre abitate, dove non era opportuno avventurarsi prima di aver scoperto chi fosse l'inquilino. Alcune volte si trattava di una murena, che apriva e chiudeva le temibili mascelle, altre di un pesce scorpione, pacifico, ma ugualmente pericoloso, che protendeva gli aculei velenosi come un gran ciuffo di penne turchesi. Quando la caverna era vasta, generalmente vi abitava un grosso merluzzo, del tutto inoffensivo.
In brevissimo tempo, Johnny impar a distinguere i vari pesci, e a scovarli. I branchi di merluzzi non si scostavano nemmeno pi quando lui si avvicinava, e il ragazzo fin per considerarli amici; un esemplare, con l'amo ancora infilato nel labbro inferiore e un pezzo di filo penzolante, si dimostrava socievole, nonostante la brutta esperienza passata, e permetteva addirittura a Johnny di accarezzarlo.
Frequentemente dal mare aperto arrivavano visite inattese ed emozionanti: il fascino della scogliera nasceva in buona parte proprio dal fatto che non si sapeva mai chi o che cosa si sarebbe incontrato a ogni immersione...
Gli squali, ben inteso, erano i razziatori pi comuni. Un giorno in cui i ragazzi erano privi della loro guardia del corpo, un pescecane si par dinanzi a Johnny. Era cos bello e slanciato, che sembrava impossibile costituisse un pericolo mortale. Solo quando l'animale fu a cinque o sei metri di distanza, Johnny si guard ansiosamente intorno in cerca di Mick e prov un senso di sollievo vedendo che l'amico, non lontano, affrontava la situazione con calma, tenendo il fucile puntato.
Il pescecane, tuttavia, veniva solo per curiosare. Esamin Johnny con i suoi gelidi occhi fissi, tanto diversi da quelli intelligenti e cari dei delfini, e devi a destra quando fu a tre metri dal ragazzo. Questi vide distintamente il pesciolino pilota che nuotava davanti al muso dello squalo e la remora aggrappata al dorso.
L'unica possibilit, per un pescatore subacqueo che incappasse negli squali, era lasciarli in pace nella speranza che anche loro facessero altrettanto. Soprattutto bisognava mantenere il sangue freddo e non tentare la fuga.
Molto pi fastidiosi dei pescecani erano, per, i branchi di barracuda che infestavano l'estremo limite della scogliera. La prima volta che Johnny vide pullulare attorno a s i corpi argentei dei lucci marini, coi loro occhi ostili e le mascelle aggressive irte di denti, si felicit con se stesso di avere il canotto a portata di mano. Gli animali non erano molto grossi (al massimo novanta centimetri) ma numerosissimi, e formavano una barriera circolare, tutt'intorno al ragazzo. Il cerchio si stringeva sempre pi, man mano che i barracuda avanzavano a spirale. A un certo punto Johnny si sent perduto... Ma i pesci lo scrutarono ben bene, poi, senza motivo apparente, fecero dietrofront tutti insieme e si allontanarono.
Johnny risal a galla, si aggrapp al canotto, e interrog ansiosamente Mick su quelle bestie. Ogni tanto infilava la testa sott'acqua, con un gran gorgoglio, per vedere se il branco fosse tornato.
Sta' tranquillo, che non ti fanno niente! lo rassicur Mick. Sono dei vigliacchi, e se dai una botta a uno, scappano tutti.
Johnny fu lieto di saperlo e affront con pi calma l'incontro successivo con il barracuda, sebbene non si sentisse ancora del tutto tranquillo: c'era sempre il pericolo che, un bel giorno, uno di loro tentasse una mossa e tutti i suoi compagni si precipitassero sul nuotatore indifeso...
Uno degli inconvenienti della scogliera era la sua enorme estensione: intere zone non erano mai state esplorate, perch troppo lontane. Pi di una volta Johnny avrebbe voluto spingersi fin laggi, verso i lidi ignoti, ma doveva risparmiare le forze per il ritorno. Proprio durante una di queste nuotate, mentre lui e Mick tornavano verso l'isola, spingendo il canotto carico di pesce, a Johnny venne un'idea.
La comunic subito all'amico, che la trov splendida, ma difficilmente realizzabile: Non sar facile trovare finimenti adatti ai delfini; sono cos snelli che gli scivolano di dosso, osserv.
Pensavo a una specie di collare elastico, da sistemare subito sopra le pinne. Per ora non dire niente: il professore si prenderebbe gioco di noi.
Ma non fu possibile mantenere il silenzio. Tutti vollero sapere perch i due amici avessero bisogno di gomma piuma, di nylon e di quegli strani pezzi di plastica, e i ragazzi dovettero confessare la verit: cos furono costretti a compiere il primo esperimento davanti a una folla di curiosi.
Senza curarsi delle risate degli spettatori, Johnny pass l'aggeggio intorno al corpo di Susie. La delfina non protest: si trattava certo di un nuovo gioco, ed era impaziente di impararlo.
I finimenti si adattavano perfettamente alla parte anteriore del corpo affusolato dell'animale, ed erano trattenuti dalle pinne: Johnny aveva avuto cura di lasciar completamente libero lo sfiatatoio.
Dopo aver fissato le due cinghie di nylon ai finimenti e legato l'altro capo di queste al canotto di Mick, Johnny sal sull'imbarcazione.
Un ironico scoppio di applausi accompagn la partenza di Susie. La delfina non aveva atteso gli ordini: con la solita rapida intuizione, aveva capito perfettamente quello che ci si aspettava da lei.
Dopo un centinaio di metri, il ragazzo premette il tasto SINISTRA. Susie obbed immediatamente. Prov con DESTRA e lei obbed ancora. Il canotto filava gi assai veloce, senza che il delfino forzasse minimamente l'andatura.
Ora Johnny e Susie puntavano verso il largo. Il ragazzo mormor: Adesso li lascio tutti con tanto di naso! e premette il tasto RAPIDO. Il canotto ebbe un sussulto e si mise a volare sulle onde. Johnny era tutto eccitato e soddisfatto di s. Nonostante l'impaccio dei finimenti, Susie toccava le venti miglia all'ora. Una bella velocit, quando uno se ne sta disteso sul pelo dell'acqua a riceversi sul viso gli spruzzi della corsa.
A un tratto, con un sobbalzo violento, il canotto s'inclin bruscamente da un lato e Johnny fin in acqua. Quando torn a galla, sbuffando, cap che non era capitato niente di grave; Susie era semplicemente sgusciata dalla bardatura, proprio come un tappo, che schizzi via da una bottiglia di champagne.
Naturalmente, si trattava di incidenti tecnici previsti, e quando Johnny, dopo una bella nuotata, rimise piede sulla spiaggia, dove era in attesa una quantit di persone, si sent giustamente orgoglioso: aveva acquistato un nuovo mezzo di trasporto che gli permetteva di esplorare gli angoli pi remoti della scogliera, e contemporaneamente aveva inventato un nuovo genere di sport, per il divertimento di uomini e delfini.
Kazan approv calorosamente la nuova trovata di Johnny: rientrava nei suoi progetti, che andavano via via concretandosi.
Quando il professore si sent pronto a sperimentare certe sue teorie sulla collaborazione tra uomini e delfini, il Pesce Volante salp verso nord, portando a bordo Einar, Peggy, Susie, Sputnik e tutta una serie di attrezzature speciali. Purtroppo, mancava Johnny, perch OSCAR gli aveva proibito di partecipare alla spedizione.
Mi spiace, gli disse il professore esaminando accigliato le schede fornite dalla macchina. Hai preso A in biologia, Ain chimica, B+ in fisica e soltanto Bin inglese, matematica e storia. Andiamo maluccio... Quanto tempo passi in mare?
Ieri non ci sono stato... rispose evasivamente Johnny.
Lo credo bene: non ha smesso un minuto di piovere! Parlavo della media giornaliera.
Un paio di ore.
Al mattino e al pomeriggio, naturalmente. Bene, OSCAR ha messo a punto un nuovo programma apposta per te: insiste sui lati pi deboli della tua preparazione, e poich noi staremo via almeno due settimane, tu non puoi perdere altro tempo prezioso.
E fu tutto. Inutile discutere: Johnny sapeva che il professore aveva ragione. Ma, sotto un certo aspetto, l'Isola dei Delfini era il posto meno adatto per studiare...
Passarono due interminabili settimane, prima che il Pesce Volante decidesse di tornare. Aveva fatto scalo in vari porti del continente, e si era spinto fino a Citt di Cook, dove il grande capitano era sbarcato, nel 1770, per riparare le avarie dell' Endeavour.
Di tanto in tanto, per radio giungevano notizie della spedizione, e un bel giorno Mick aveva avvertito l'amico del prossimo ritorno. In quelle due settimane di calma, senza nessuno che lo distraesse, Johnny aveva compiuto notevoli progressi, con grande soddisfazione del professore.
Il primo ricordo del viaggio che Mick mostr a Johnny fu un sassolino bianco, a forma di uovo, grosso come un pisello.
Che cos'? chiese il ragazzo, guardandolo con indifferenza.
Non lo sai? rispose l'altro.  una grossa perla.
A Johnny la cosa non interessava molto, ma poich non voleva offendere l'amico e neppure mostrare la propria ignoranza, chiese:
Dove l'hai trovata?
L'ha trovata Peggy, a centocinquanta metri di profondit, nella Fossa di Marlin. Nessun pescatore subacqueo osa spingersi laggi, perch  troppo pericoloso, ma mio zio Henry ha insegnato a Peggy e Susie a riconoscere le ostriche perlifere e loro hanno fatto il resto. Il professore dice che questo basta a pagare tutto il viaggio.
La perla?
Ma no, la conchiglia: serve per fare bottoni e manici di coltello. Secondo il professore, si potrebbe, con l'aiuto di qualche centinaio di delfini addomesticati, impiantare una industria della madreperla.
Avete trovato dei relitti di navi?
Una ventina, ma quasi tutti erano gi segnati sulle carte dell'ammiragliato. Per l'esperimento pi interessante  stato la pesca con i delfini, al largo di Gladstone: siamo riusciti a spingere nelle reti due branchi di tonni.
I pescatori saranno stati contenti, eh?
Be', non come mi aspettavo. Non hanno voluto credere che il merito fosse dei delfini... Ma noi gli dimostreremo che  proprio cos, quando avremo molti animali, addestrati alla pesca.
Istantaneamente, Johnny ripens alle parole che un giorno il professore gli aveva detto: I delfini sono assai pi liberi di noi: non appartengono a nessuno e spero che riescano a mantenere sempre la loro indipendenza.
Ora quelle creature rischiavano di perdere la loro libert, e proprio ad opera di Kazan. Johnny si consol dicendosi che, dopo tutto, i suoi amici non erano poi cos padroni di s... Pensava al feroce capidoglio, trovato con venti vittime nello stomaco...
Il professor Kazan, intanto, continuava i suoi esperimenti e i suoi progetti, interessandosi particolarmente alla Storia del Mare. Aveva sempre creduto che i delfini possedessero una memoria prodigiosa e che si tramandassero oralmente il racconto delle vicende del passato. Einar gli aveva ripetuto per sommi capi le leggende udite da piccolo, e Kazan si era convinto che contenessero un'infinit di notizie estremamente interessanti.
Un giorno venne cos a conoscenza di una storia straordinaria, che lo turb al punto da indurlo a passare i nastri al dottor Keith pregandolo di dargli una sua versione della narrazione.
Ci volle un mese, prima che Keith ne venisse a capo. E anche allora, si mostr talmente riluttante a parlarne, che il professore dovette letteralmente strappargli le parole di bocca. Si tratta di una leggenda antichissima, cominci il dottore. Einar lo afferma a pi riprese. Sembra, inoltre, che abbia vivamente impressionato i cetacei.
Da quel che posso capire, un branco di delfini nuotava una notte al largo di una grossa isola, quando a un tratto si fece chiaro come giorno, la frase dice proprio cos, e il sole scese dal cielo. Poi l'astro si pos sull'acqua, vi sprofond e le tenebre ritornarono. Ma un enorme oggetto, lungo come centoventotto delfini, rimase a galla sul mare. Esatto?
Kazan annu.
Sono d'accordo in tutto, tranne nel numero dei delfini. Per me  duecentocinquantasei, ma la cosa non ha importanza. Si trattava di un oggetto enorme ed  questo che conta.
Allora i cetacei ebbero paura e si tennero al largo, riprese il dottor Keith. Il corpo misterioso emetteva strani rumori, che Einar ha cercato di riprodurre e che ricordano un apparecchio elettrico o un compressore in azione.
Kazan annu, senza interrompere.
Poi, ad un tratto, ci fu una spaventosa esplosione: il mare riboll e tutti gli esseri viventi nel raggio di molte miglia furono annientati. L'oggetto affond rapidamente e mentre colava a picco si verificarono altre esplosioni.
Anche i delfini scampati al disastro morirono in poco tempo di un male ignoto e per molti anni tutti si tennero alla larga da quel luogo maledetto. Ma poi alcuni cetacei curiosi tornarono sul posto; trovarono "una cosa con tante cavit" posata sul fondo del mare e penetrarono nelle sue aperture in cerca di pesce. Presto anche questi imprudenti morirono dello stesso misterioso male che aveva colpito i compagni, e da allora pi nessuno si avvicin alla zona. La storia, probabilmente, serve da ammonimento ai superstiti.
Un ammonimento ripetuto per migliaia di anni, osserv il professore. Ma contro che cosa?
Il dottor Keith si dimen sulla sedia, un po' a disagio: Non saprei, disse. Se la leggenda fosse vera, in quel punto potrebbe essere scesa un'astronave, che poi sarebbe esplosa, contaminando il mare con la radioattivit. L'ipotesi  fantastica, ma non vedo altra spiegazione.
Perch fantastica? chiese il professor Kazan. Ormai sappiamo con certezza che nell'universo esistono varie forme di vita intelligente; e un'altra razza potrebbe aver costruito navi interplanetarie. Dobbiamo cercare i delfini che hanno tramandato la leggenda e registrare l'intera saga. Forse allora sapremo qualcosa di pi, e potremo localizzare il relitto con i contatori geiger, anche se sono passate migliaia di anni.
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Capitolo 14.
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Nessun visitatore era mai stato accolto sull'isola con tanta curiosit: quando il grosso elicottero da trasporto arriv dal sud, cio dal Centro di Ricerche Balene della Tasmania, tutti gli uomini che non erano fuori, in mare, si precipitarono alla piscina. L'apparecchio si libr sulla vasca, sfiorandola con le pale dei rotori, poi un portello si apr, un grosso paranco a cui era appeso qualcosa venne calato, tra violenti spruzzi di schiuma e una creatura possente e gigantesca si lanci nell'acqua, in un velocissimo giro di ispezione.
Johnny, da parte sua, era rimasto deluso. Il capidoglio sembrava pi piccolo di come se l'era immaginato, anche se, indubbiamente, di dimensioni maggiori di un delfino. Non appena l'elicottero se ne fu andato e si pot di nuovo parlare a voce normale, il ragazzo manifest il suo disappunto a Mick.
 una femmina, spieg questi. I maschi sono grossi il doppio. Quella bestia, da sola, mangia cento libbre di pesce al giorno.
Johnny dovette ammettere che si trattava di uno splendido esemplare: il capidoglio aveva il ventre bianco, il dorso nero, e due grandi macchie candide dietro gli occhi, per cui venne subito soprannominato Nivea. Conclusa l'esplorazione della vasca, il cetaceo rivolse la sua attenzione alla folla circostante. Dopo aver sollevato la grossa testa dall'acqua, scrut i presenti con i suoi occhi intelligenti e penetranti, e spalanc la bocca con fare indolente.
Alla vista dei terribili denti triangolari, un leggero mormorio corse tra la folla e, molto probabilmente, Nivea si rese conto dell'impressione suscitata, perch sbadigli ancora, mettendo meglio in mostra la sua dentatura formidabile.
Ora che nell'isola vi era un capidoglio, tutti volevano sapere cosa intendesse farne il professore. Per i primi tre giorni, il cetaceo fu lasciato in pace, perch si abituasse al nuovo ambiente e si riavesse dall'agitazione del viaggio. Nivea era gi in cattivit da qualche mese, e quindi si abitu presto alla presenza degli uomini, si calm, e accett senza difficolt il pesce che le gettavano.
Jo Nauru, padre di Mick, e Stephen, zio del ragazzo, nonch pilota del Pesce Volante, si assunsero il compito di dar da mangiare al cetaceo. Naturalmente, dapprima avevano accettato per guadagnare qualcosa, ma ben presto si affezionarono all'animale. Nivea era intelligente, e di buon carattere, cosa che non ci si aspettava da un feroce capidoglio, e Mick divenne suo grande amico: la bestia si mostrava felice quando il ragazzo si accostava alla vasca, e desolata quando se ne andava senza darle niente.
Quando fu certo che Nivea si era ambientata, il professore cominci i primi esperimenti. Mediante gli idrofoni sottomarini trasmise alcune semplici frasi dei delfini e studi le sue reazioni.
A tutta prima, Nivea reag in modo violento e inaspettato. Caric impetuosamente in tutte le direzioni, cercando la fonte del rumore: evidentemente associava le voci dei delfini all'idea di cibo, e credeva che il pranzo fosse l, a portata di pinna.
Nel giro di pochi minuti, per, il capidoglio si rese conto che nella vasca non vi era nessuno all'infuori di lui e allora ascolt con attenzione i suoni che le venivano trasmessi, senza dare altri segni di agitazione. Il professore sper invano che rispondesse, che dicesse qualcosa: il cetaceo rimase ostinatamente muto.
Tuttavia lo scienziato non s'impression per la scarsa volont di collaborazione mostrata da Nivea, e dopo due settimane pass ad un secondo esperimento.
Una squadra di assistenti medici arriv dall'India e install su un lato della piscina una serie di apparati elettronici. Quando tutto fu pronto, l'acqua fu tolta dalla vasca e il cetaceo, indignato, fu tratto in secco.
Successivamente entrarono in azione una decina di uomini, muniti di corde e di una grossa museruola di legno, studiata apposta per tenere ferma in una data posizione la testa del capidoglio. Questi non pareva per niente soddisfatto e ancor meno lo era Mick, che aveva avuto l'incarico di innaffiare la pelle di Nivea, perch non seccasse al sole.
Sta' tranquilla, che non ti vogliono far male, la rassicurava il ragazzo.  questione di un minuto, poi potrai tornare a nuotare tranquillamente.
Poi un assistente si avvicin a Nivea con un apparecchio che stava tra la siringa ipodermica e il trapano elettrico, scelse accuratamente un punto dietro il capo del cetaceo, vi appoggi lo strumento e premette un pulsante. Con un lieve sibilo, l'ago penetr nella massa cerebrale del capidoglio, attraversando lo spesso osso del cranio come una lama bollente in un pane di burro.
L'operazione sconvolse assai pi Mick che Nivea, la quale si accorse appena di quanto le stava capitando; l'insensibilit della sostanza cerebrale era assoluta. Varie altre sonde furono successivamente immesse nel cervello del cetaceo e collegate quindi ad una scatoletta piatta e affusolata fissata sul suo capo. L'intera operazione richiese meno di un'ora. Quando tutto fu finito, la vasca fu nuovamente riempita e l'animale, soffiando e sbuffando, riprese a nuotare pigramente su e gi.
Il giorno seguente arriv da Nuova Delhi il dottor Saha. Nella sua qualit di membro del Comitato Centrale dell'Istituto, era un vecchio amico di Kazan, nonch un'autorit mondiale nel campo del cervello umano.
Ho gi sperimentato l'apparecchio sopra un elefante, disse il fisiologo mentre osservava Nivea che nuotava nella vasca.
Sono riuscito a controllare i movimenti della proboscide in modo tale che il colosso scriveva agevolmente a macchina.
A noi basterebbe condizionare i movimenti del capidoglio, spieg il professore, per insegnargli a lasciare in pace i delfini.
Se gli elettrodi sono stati collocati nel punto giusto, penso che ci riusciremo. Prima per devo studiare le reazioni cerebrali del cetaceo.
Il lavoro era delicato e richiedeva un'infinita pazienza. Saha rimase seduto per ore e ore davanti all'apparecchio, osservando Nivea quando si tuffava, quando nuotava pigramente nella vasca, e quando afferrava il pesce dalle mani di Mick. Durante tutte quelle operazioni, il cervello lanciava altrettanti impulsi, che venivano captati dalla radio innestata su di esso e successivamente registrati su nastri per consentire al dottor Saha di seguire il grafico dell'attivit elettrica corrispondente ad una particolare azione.
Finalmente, lo scienziato fu pronto per l'esperimento seguente. Stavolta, invece di ricevere gli impulsi del cervello di Nivea, immise corrente elettrica nella sostanza cerebrale.
Il risultato fu straordinario. Toccando una manopola o premendo un pulsante, Saha faceva girare a suo piacere il grosso cetaceo, a destra, a sinistra, in tondo, oppure lo obbligava a rimanere immobile al centro della vasca: insomma, gli faceva fare tutto quello che voleva. I tentativi di Johnny per dirigere gli spostamenti di Susie e di Sputnik con l'aiuto del trasmettitore erano, rispetto a questi, un gioco da bambini.
Tuttavia la situazione era ben diversa: i delfini erano liberi di obbedire o no ai comandi, mentre Nivea non aveva alternative. Le correnti elettriche immesse nel suo cervello la trasformavano in un robot vivente.
Johnny assisteva, stupito e un po' interdetto, ai continui esperimenti. Finalmente, un giorno arriv sull'isola un oggetto speciale: un delfino meccanico, azionato da un motorino elettrico.
Il modello era stato costruito anni prima dagli scienziati del Laboratorio Navale, per scoprire il segreto della velocit dei delfini. Il modellino era cos perfetto che avrebbe certo ingannato un uomo, ma quando venne calato nella vasca di Nivea, alla presenza di una folla di curiosi, il risultato fu scoraggiante. Il cetaceo lanci una breve occhiata di disprezzo al giocattolo meccanico e lo ignor completamente.
Proprio come temevo, disse il professore, senza eccessivo disappunto. Probabilmente Nivea sente il ronzio del motore e capisce che si tratta di un fantoccio. Be', non c' altra scelta ormai, dobbiamo servirci di delfini veri.
Cio farai appello a volontari? chiese scherzosamente il dottor Saha.
Kazan consider la proposta molto seriamente:
Proprio cos, rispose.
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Capitolo 15.
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Sull'isola dicono che il professore sia un po' matto, dichiar un giorno Mick.
Sai benissimo che  una sciocchezza, rispose Johnny, scaldandosi subito, in difesa del suo eroe. Che esperimenti sta facendo?
Si serve dell'apparecchio elettrico per controllare l'alimentazione di Nivea. Mi dice di offrirle un tipo di pesce e poi il dottor Saha le impedisce di mangiarlo. E questo lo chiama condizionamento. Adesso nella vasca nuotano quattro o cinque merluzzi e Nivea non li tocca neanche.
E perch il professore dovrebbe essere matto?
Ma  chiaro: anche se riuscisse a far si che quell'animale non divorasse pi i "merluzzi, a che cosa servirebbe? Nell'oceano ci sono milioni di capidogli, non pu mica condizionarli tutti!
Se il professore si comporta cos, dichiar ostinatamente Johnny, ha certo le sue buone ragioni.
Per vorrei che lasciassero in pace Nivea. Ho paura che me la facciano diventare cattiva.
Non vedo che importanza abbia la cosa, osserv Johnny.
Mick sorrise, un po' impacciato, e strofin il piede nudo. sul terreno.
Mi prometti di non parlarne? chiese.
Certo.
Vedi, io ho fatto diverse nuotate nella vasca, insieme con Nivea:  molto pi simpatica dei tuoi buffi cuccioletti.
Johnny lo fiss sbalordito, ignorando l'insulto contro Susie e Sputnik.
E poi dicono che il professore sia matto! sbott, quando ebbe ripreso fiato. Non stai mica prendendomi in giro, per caso?
Mick scosse il capo.
Se non ci credi, vieni con me alla piscina. Lo so che  strano, ma non ho mai corso rischi. Un giorno, mentre davo da mangiare a Nivea, sono scivolato, cadendo in acqua. Tornando a galla, mi sono trovato faccia a faccia con Nivea. Tacque un momento, poi riprese: Dicono che nei momenti estremi ritorni in mente tutta la vita passata, ma non  affatto vero. Io pensavo solo a quei denti e mi chiedevo se mi avrebbero ridotto in tanti pezzetti o tagliato in due.
E cos' capitato? ansim Johnny.
Nivea non mi ha aggredito. Mi ha dato un colpetto col muso, come per dire: vogliamo diventare amici? Da allora nuoto con lei ogni giorno nella vasca. Se non ci vado, si offende. Ma non  facile, perch se qualcuno mi scoprisse lo direbbe al professore e tutto finirebbe...
Rise, vedendo la faccia di Johnny: un misto di paura e di disapprovazione.
 molto meno pericoloso che domare un leone. Chiss che un giorno non mi eserciti anche con le balene da centocinquanta libbre.
Quelle almeno non ti divorerebbero, disse l'altro, che ora la sapeva lunga sui cetacei. Hanno la gola troppo stretta e mangiano soltanto granchiolini o cose del genere...
Allora prover con un mostro che ingolla in una sola volta un pesce di nove metri!
Mick stava scaldandosi, e Johnny cap che, in fondo, l'amico era soltanto geloso: a lui i delfini non avevano mai voluto bene...
Il professore, intanto, pass ad un altro esperimento. Per giorni e giorni, lo scienziato aveva lavorato al registratore, componendo lunghe frasi nella lingua dei delfini e, per quanto non fosse sicurissimo della sua versione, sperava che l'intelligenza di quegli animali supplisse alle lacune del testo.
Mentre il Pesce Volante scioglieva gli ormeggi, Kazan appariva stranamente nervoso.
Sai come mi sento? disse a Keith, mentre stavano sul ponte. Come se avessi invitato i miei amici a un ricevimento e stessi per liberare una tigre in mezzo a loro.
Non  del tutto esatto, rise il dottore. In primo luogo, li hai avvertiti, e poi tieni la tigre sotto controllo.
Almeno lo spero... disse il professore.
L'altoparlante annunci: La saracinesca della vasca  stata aperta, ma non sembra che l'animale abbia fretta di uscire.
Il professor Kazan impugn il binocolo e lo punt sull'isola.
Ecco: viene!
Nivea scendeva lentamente il canale che univa la vasca al mare. Quando si trov in mare aperto, parve sbalordita e si gir attorno varie volte, in cerca delle sponde a cui era ormai abituata: era la tipica reazione di un animale tenuto a lungo in cattivit, e che si ritrova, a un tratto, libero nel vasto mondo.
Lanciate un richiamo, disse il professore. Il segnale Vieni!, in delfinio, attravers le acque. Nivea cap, anche se il comando non era stato dato nella sua lingua, e si diresse verso il Pesce Volante, tenendosi nella scia del battello che si allontanava dall'isola, diretto al di l della scogliera.
Ho bisogno di spazio libero per manovrare, spieg il professor Kazan. E sono certo che Einar, Peggy e C. preferirebbero il mare aperto, caso mai dovessero scappare.
Ammesso che vengano. Forse hanno abbastanza buon senso da tenersi alla larga, rispose il dottor Keith.
Lo sapremo tra pochi minuti. Da un bel po' lanciamo l'appello e ormai tutti i delfini nel giro di varie miglia devono averlo sentito.
Guarda! disse a un tratto Keith, additando qualcosa a occidente. A mezzo miglio di distanza, un gruppetto di cetacei nuotava, parallelo alla rotta della nave..Eccoti i volontari. Non mi pare che siano impazienti di avvicinarsi.
Qui comincia il bello, mormor il professore. Andiamo a raggiungere Saha. L'apparecchio che trasmetteva e riceveva gli impulsi cerebrali di Nivea era stato sistemato accanto al timone, e di conseguenza il piccolo ponte del Pesce Volante era piuttosto affollato. D'altra parte, era assolutamente necessario che il pilota e il dottor Saha fossero in collegamento diretto. I due conoscevano esattamente il proprio compito e Kazan non aveva intenzione di interferire, tranne in caso di emergenza.
Nivea li ha individuati, sussurr Keith.
Non c'erano dubbi in proposito: il capidoglio si dirigeva a tutta velocit verso i delfini, lasciando una scia spumeggiante dietro di s.
Allora il gruppo dei volontari si disperse. Quando Nivea fu a dieci metri appena dal bel corpo affusolato di un delfino, fece un gran balzo, ricadde con uno schianto in acqua e rimase immobile, scuotendo il capo, con un gesto quasi umano.
Due volt, zona correttiva centrale, grid il dottor Saha, togliendo il dito dal pulsante. Chiss se riprova?
I volontari, sorpresi e colpiti, si erano riuniti in gruppo, e fissavano, immobili, il loro mortale nemico.
Nivea intanto si riprendeva dalla scossa e ricominciava a muoversi. Stavolta nuot adagio e non in direzione dei delfini. Ci volle un po' prima che questi ultimi capissero.
Il cetaceo girava in tondo, e le sue vittime erano ferme, al centro. Adagio adagio, il cerchio si stringeva.
Vuole trarci in inganno, disse il professore, pieno di ammirazione. Probabilmente tenta di avvicinarsi facendo finta di niente, per poi raggiungere con un balzo la preda.
Era esattamente ci che il capidoglio si proponeva di fare. Il fatto che i delfini rimanessero fermi per tanto tempo era una prova dell'immensa fiducia che quegli animali riponevano negli uomini e della grande facilit di apprendimento di cui erano dotati.
La tensione cresceva man mano che Nivea si avvicinava ai volontari. Quando fu a un metro e mezzo dal delfino pi coraggioso, improvvisamente tent il balzo. Ma il dottor Saha si teneva pronto, col dito sul pulsante. E ancora una volta Nivea dovette piegarsi.
Poich era una bestia intelligente, si arrese alla forza maggiore. Non appena si fu ripresa dalla seconda scossa, volt le spalle ai delfini e nuot in direzione opposta a loro. Ma di nuovo il dito del dottore si mosse verso il quadro controllo.
Che cosa volete farle, ancora? chiese Stephen, il pilota, che al pari di suo nipote Mick non approvava quell'esperimento. Non vi obbedisce adesso?
La premio per quel che ha fatto, spieg il dottor Saha.
Quando premo questo pulsante lei prova una sensazione di piacere.
Per oggi pu bastare intervenne Kazan. Rimandala nella vasca, si  guadagnata il pranzo.
Domani ricominciamo da capo, professore? chiese il pilota, mentre il Pesce Volante, si dirigeva verso l'isola.
S, Steve, ripeteremo l'esperimento per alcuni giorni.
Dopo una settimana, Nivea aveva imparato la lezione ed era diventata amica dei delfini coi quali andava a caccia di pesci. I delfini pi giovani si lanciavano nel consueto carosello intorno alla loro ex-nemica, che non dimostrava mai n impazienza n irritazione.
Il settimo giorno, Nivea non fu ricondotta nella vasca, dopo la nuotata mattutina.
Ho deciso di lasciarla libera, disse il professore.
Non  troppo pericoloso? obiett il dottor Keith.
Lo  certamente, ma prima o poi dobbiamo affrontare questo rischio, per sapere fino a che punto resiste il condizionamento.
E se fa a pezzi qualche delfino?
I compagni ci avvertiranno e noi la cattureremo di nuovo. Sar facile localizzarla, per via dell'apparato radio che porta addosso.
Stephen Nauru, che aveva ascoltato il dialogo, intervenne:
Ma anche se Nivea adesso mangiasse soltanto alghe, ci sono altri milioni di predatori!
Un po' di pazienza, Steve, rispose il professore. Per il momento, sappiamo con certezza una cosa: presto tutti i delfini saranno al corrente del nostro esperimento e si convinceranno che facciamo tutto il possibile per aiutarli. Un punto guadagnato in favore dei pescatori, spero.
Gi... non ci avevo pensato.
Ad ogni modo, se l'esperimento condotto con Nivea avr successo, baster condizionare pochi esemplari di capidoglio, tutti femmine. Queste insegneranno ai piccoli che, quando si mangia un delfino, viene un terribile mal di testa.
Ma Steve non era del tutto convinto:
Non credo che un solo vegetariano possa riuscire a persuadere una trib di cannibali a vivere come lui, osserv.
Pu darsi che abbia ragione tu, rispose il professore.
Ma vale la pena di tentare: bisogna sempre essere ottimisti, se si vuole riuscire in quello che si fa.
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Capitolo 16.
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Mentre il professor Kazan proseguiva nei suoi esperimenti e nei suoi progetti, alcune forze, che non avevano niente a che vedere con uomini e delfini, si ammassavano sul Pacifico. I primi ad accorgersene furono Mick e Johnny, in una notte senza luna, lungo la scogliera.
Come al solito, i due amici erano partiti a caccia di granchi e di conchiglie rare e Mick si era portato dietro un nuovo arnese: una torcia elettrica un po' pi grossa del normale, che emetteva un lieve lucore azzurrognolo e un potentissimo fascio di raggi ultravioletti, invisibili all'occhio umano. Quando i raggi cadevano su certe variet di corallo e di conchiglie, queste parevano accendersi di barbagli azzurri, verdi, ed oro; era come se una bacchetta magica rivelasse oggetti che altrimenti sarebbero passati inosservati.
Sott'acqua, l'effetto era ancor pi straordinario. Quando i due ragazzi s'immersero nelle pozze, all'estremit della scogliera, il fascio azzurro frug lo spazio a distanze incredibili, rivelando coralli fluorescenti che brillavano come tante stelle nell'immensit dello spazio. La naturale luminosit del mare, per quanto meravigliosa, non era neppure lontanamente paragonabile a quello spettacolo inconsueto.
Affascinati dal nuovo giocattolo, Mick e Johnny protrassero l'immersione pi del previsto, e quando si prepararono a tornare, scoprirono che il tempo era cambiato.
Fino a poco prima, la notte era stata calma e tranquilla, ma da qualche istante s'era levato un vento strano e la voce del mare s'era fatta pi aspra, pi decisa.
Mentre usciva dall'acqua, Johnny si accorse di uno strano fenomeno: di l della scogliera, a una distanza difficile da calcolare, una massa luminosa scivolava sull'acqua. Il ragazzo si chiese se per caso non si trattasse di una nave; ma poi si rese conto che era troppo informe, e simile a nebbia, per essere un bastimento.
Mick, sussurr in fretta. Cos' quella roba sul mare?
La risposta di Mick non fu molto confortante: lanci un fischio di stupore e si avvicin all'amico come per cercare protezione.
Poi, incapaci di credere ai loro occhi, i due ragazzi videro che la nebbia si ammassava, diventando pi luminosa, pi nitida, e levandosi sempre pi in alto, verso il cielo. Dopo pochi minuti, un pilastro di fuoco correva sul pelo dell'acqua.
I ragazzi si sentirono presi da un terrore superstizioso, ma, infine, Mick scoppi in una risata di sollievo:
 una tromba marina, dichiar, l'ho gi vista altre volte, ma sempre di giorno.
La spiegazione del mistero era chiara, tuttavia i due amici continuavano a fissare sbalorditi il vortice d'acqua che suggeva dal mare milioni di esseri fosforescenti per lanciarli verso il cielo. La tromba doveva essere lontanissima, perch non se ne sentiva il fragore, e poco dopo svan in direzione del continente.
Quando i ragazzi si furono ripresi dallo sbalordimento, la marea arrivava gi alle loro ginocchia.
Se non ci sbrighiamo, dovremo tornare a nuoto, disse Mick. E aggiunse, sopra pensiero, mentre si dirigevano verso l'isola: Quella tromba non mi piace,  segno di brutto tempo. Scommetto che si sta preparando un tifone.
Quanto fosse esatta la previsione, i due lo constatarono il mattino successivo. L'immagine che appariva sugli schermi TV era terrificante, anche per chi fosse digiuno di meteorologia: un immenso ammasso di nubi si stendeva su tutto il Pacifico occidentale. Visto dalle telecamere del satellite meteorologico, il cumulo gigantesco pareva del tutto immobile, ma osservando meglio, si vedevano le nubi vorticare selvaggiamente all'interno del banco e correre velocissime sulla superficie terrestre, spinte dal vento a una velocit di centocinquanta miglia all'ora. Sulle coste australiane stava per abbattersi il tifone pi tremendo che avesse colpito quelle terre, a memoria d'uomo.
Sull'Isola dei Delfini, tutti rimanevano incollati agli schermi, che segnalavano, di ora in ora, il progredire della tempesta. Durante il giorno, tuttavia, non ci furono grandi novit. La meteorologia era ormai una scienza esatta, in grado di prevedere con precisione quello che sarebbe avvenuto, anche se i meteorologi potevano influire ben poco sul corso del tempo.
L'isola aveva gi conosciuto altri cicloni e, pi che allarmata, la gente si mostrava eccitata e vigile. Per fortuna la perturbazione avrebbe raggiunto il culmine con la bassa marea, per cui non c'era pericolo che una ondata gigantesca sommergesse tutto, come era gi avvenuto in altre zone del Pacifico.
Per tutta la giornata, Johnny collabor con le autorit, che si preparavano ad affrontare la situazione: non bisognava lasciare all'aperto niente di mobile, le finestre dovevano essere sbarrate, le barche portate in secco, il pi lontano possibile dalla spiaggia. Il Pesce Volante fu assicurato con quattro poderose ancore e fissato mediante cime agli alberi dell'isola. I pescatori, tuttavia, non si mostravano troppo preoccupati per le imbarcazioni, perch il porto si trovava nella zona pi riparata e la foresta lo proteggeva contro la violenza del vento.
Il calore era opprimente: non si sentiva il minimo alito di brezza e le ondate gigantesche si infrangevano rabbiosamente contro il margine esterno della scogliera.
Al calare della notte, il cielo era ancora limpido e le stelle brillavano in modo normale. In piedi, davanti al bungalow dei Nauru, Johnny stava osservando il cielo prima di ritirarsi, quando si accorse che un nuovo rumore si mescolava al rombo delle onde, un rumore che lui non aveva ancora mai sentito, come se un enorme animale gemesse di dolore. Si sent gelare.
Poi vide qualcosa che lo atterr. Una parete nera e compatta si levava in cielo, avanzando a vista d'occhio verso di lui. Johnny non resistette pi.
Stavo per venire a chiamarti, disse Mick, quando l'amico si chiuse la porta alle spalle, e furono le ultime parole che questi riusc a sentire per diverse ore.
Qualche secondo dopo, la casa ebbe un sussulto, seguito da un fragore che ricord a Johnny il rombo dei jet della Sant'Anna.
Ormai non si poteva pi parlare, per il terribile fracasso, e un diluvio di una violenza mai vista si rovesciava sulla casa.
Eppure la famiglia di Mick prendeva le cose con calma: i bambini se ne stavano raccolti davanti agli schermi TV e la signora Nauru sferruzzava placidamente. Ma Johnny era troppo inquieto per seguire l'intricato movimento dei ferri.
Cerc di indovinare dal frastuono cosa capitasse fuori, poi guard Mick, sperando in un cenno rassicurante, che gli dicesse che tutto andava bene e che quel putiferio sarebbe finito presto. Ma il ragazzo si limit a stringersi nelle spalle.
Ad un tratto, nel rombo del tifone, si sent uno schianto violento, e le luci si spensero.
Quel momento di buio assoluto, nel bel mezzo dell'uragano, fu una delle pi tremende esperienze di Johnny. Finch vedeva gli amici, si sentiva abbastanza al sicuro, ma cos solo, nelle tenebre, impotente di fronte alle forze naturali scatenate, si credette perduto.
Per fortuna il buio dur pochi istanti appena, perch il signor Nauru, prevedendo il peggio, si era munito di una lanterna elettrica. Quando la luce torn, e la scena riapparve, del tutto identica a quella di pochi minuti prima, Johnny si vergogn della sua paura.
Trascorsero le prime ore della notte. In casa i bimbi giocavano o sfogliavano libri illustrati, la signora Nauru continuava a lavorare, e suo marito leggeva un grosso rapporto dell'Organizzazione dell'Alimentazione Mondiale, irto di statistiche e di mappe. Di tanto in tanto, l'urlo del vento diminuiva e si sarebbero potute scambiare due parole; ma nessuno ne aveva voglia.
A mezzanotte, la signora Nauru si alz, and in cucina e torn con un bricco pieno di caff, una mezza dozzina di tazze e un piatto carico di dolci. Johnny si chiese se per caso quelli non fossero gli ultimi dolci che avrebbe mangiato, ma li accett volentieri e riprese a giocare con Mick.
Solo verso le quattro del mattino, due ore prima dell'alba, la furia dell'uragano cominci a calmarsi.
Poco per volta, la violenza degli elementi diminu fino a ridursi alle proporzioni di un normale temporale: non si aveva pi l'impressione di esser sotto una cascata impetuosa. Alle cinque, ci fu una ripresa violentissima, ma momentanea: le ultime convulsioni del tifone.
Quando il sole sorse sull'isola devastata, si pot finalmente uscire all'aperto.
Johnny si aspettava un disastro, e non fu deluso. Mentre lui e Mick arrancavano tra gli alberi abbattuti che bloccavano gli antichi sentieri, incontrarono altri isolani che si aggiravano smarriti in quella desolazione, come abitanti di una citt bombardata. Molti erano feriti e avevano la testa fasciata o un braccio al collo, ma, grazie alle misure prese, non ci furono incidenti gravi.
I danni pi ingenti furono riportati dalle cose. Tutte le linee elettriche erano state interrotte, e la centrale elettrica seriamente danneggiata: un albero era stato scagliato dal turbine nella sala macchine.
E c'era di peggio. A un certo punto, sfidando le previsioni, il vento aveva girato, investendo l'isola dal lato normalmente protetto. Met dei pescherecci era colata a picco e l'altra met era stata gettata sulla spiaggia e ridotta in briciole. Il Pesce Volante giaceva piegato sul fianco, per met sommerso: ci sarebbero volute settimane, prima che potesse riprendere il mare.
Eppure, nonostante i disastri, la gente non sembrava eccessivamente depressa: i tifoni erano lo scotto che doveva inevitabilmente pagare chi decideva di stabilirsi in una delle isole della Grande Barriera.
Tutto questo ha ritardato il lavoro di sei mesi, dichiar il professor Kazan ai due ragazzi, mentre esaminava il recinto abbattuto della vasca dei delfini. Tuttavia riguadagneremo il tempo perduto. Macchinari e apparecchi si possono sempre cambiare, solo gli uomini sono insostituibili, ma per fortuna noi non abbiamo avuto perdite umane.
E OSCAR? chiese Mick.
OSCAR star zitto, finch non avremo ricevuto la corrente, per i suoi circuiti sono tutti intatti.
Niente lezioni per un po' pens subito Johnny. Quel maledetto vento aveva combinato anche qualcosa di buono!
I danni tuttavia erano ingentissimi, molto maggiori di quanto fosse sembrato in un primo tempo. Solo Tessie, l'infermiera, aveva subito intuito la gravit del disastro, mentre fissava, avvilita, le rovine della sua farmacia. Scottature, ferite, tagli, potevano ancora venir medicati con quanto restava, ma se si fosse presentato un caso grave? Non rimaneva neppure pi una fiala di penicillina. Be', la cosa migliore era non perdere tempo e chiedere per radio i medicinali pi urgenti.
Tessie stese, cos, in tutta fretta, una lista di quanto le occorreva e corse alla stazione radio. Qui ricevette un secondo colpo.
Due tecnici dall'aria demoralizzata stavano scaldando gli arnesi per la saldatura su un fornello a petrolio; tutt'intorno un groviglio di fili e di apparecchi devastati, infilzati nei rami di un albero del pane, che era crollato sul tetto dell'edificio.
Ci spiace tanto, Tessie, le dissero i due uomini. Sar gi un miracolo se riusciremo a metterci in contatto con il continente per la fine della settimana. Per il momento, siamo tornati ai tempi dei segnali fumogeni.
Tessie medit un istante: Ma non posso aspettare! Facciamo partire il battello...
I tecnici risero amaramente.
Ma non avete ancora saputo? disse uno. Il Pesce Volante  incagliato e le barche sono in mezzo all'isola, ancorate agli alberi.
Tessie rimase senza parola: non le restava altro che sperare ardentemente che nessuno si ammalasse prima del ripristino delle comunicazioni.
Tuttavia, quello stesso giorno dovette medicare un piede che minacciava la cancrena; il professore venne da lei, scosso dalla febbre e terribilmente pallido.
Prendetemi la temperatura, Tessie, disse. Mi sento piuttosto male.
Dopo alcune ore l'infermiera cap che si trattava di polmonite.
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Capitolo 17.
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La notizia che il professore era gravemente malato e che non c'erano mezzi per curarlo, preoccup gli isolani pi di ogni danno materiale provocato dal tifone, e soprattutto sconvolse Johnny.
Per il ragazzo orfano l'isola era ormai la casa che non aveva mai conosciuto, e il professore il padre che appena ricordava. E ora questo nuovo mondo minacciava di crollare, per quelle invalicabili cento miglia di mare che lo separavano dal continente. Eppure lui, Johnny, aveva superato distanze ben maggiori, quando era arrivato sull'isola...
Ad un tratto, il ragazzo seppe quello che doveva fare. I delfini, che l'avevano condotto sull'isola, l'avrebbero riportato sul continente. Johnny era sicuro che Susie e Sputnik, alternandosi al canotto, gli avrebbero fatto superare cento miglia in meno di dodici ore. Con i due animali al fianco, lui si sentiva perfettamente sicuro sul mare.
Per, come avrebbe fatto a convincere gli isolani? Soltanto Mick poteva capire: gli altri gli avrebbero certamente impedito di partire. Bisognava, perci, agire di nascosto.
La reazione di Mick fu esattamente quale aveva immaginato: il ragazzo prese molto sul serio il progetto, ma non ne fu soddisfatto.
Non puoi andare da solo, dichiar.
Johnny scosse il capo.
Non si pu fare diversamente, rispose. Tu sei troppo grosso e i delfini si stancherebbero presto. Per la prima volta in vita sua, si sentiva contento di essere piccolo...
Era la verit e Mick non pot negarlo. Battuto su questo punto, ritent con un nuovo argomento.
Siamo rimasti tagliati fuori da appena ventiquattro ore: vuoi che gli elicotteri non vengano a vedere se ci occorre qualcosa? In tal caso tu rischieresti il collo per niente.
Questo  vero, ammise Johnny. Ma chi  pi importante, io o il professor Kazan? Se aspettiamo ancora, pu darsi che sia troppo tardi per salvarlo... Inoltre sul continente hanno molto da fare dopo il tifone e forse passer una settimana, prima che si ricordino di noi.
Allora, incominciamo a fare tutti i preparativi. Se poi, al momento della partenza, non ci fossero ancora elicotteri in vista e se il professore non fosse migliorato, riparleremo della cosa.
Ma tu non lo dirai a nessuno, vero? chiese ansiosamente Johnny.
Sta' pur tranquillo. Dove sono Susie e Sputnik? Sei sicuro di ritrovarli?
S. Questa mattina gironzolavano intorno al molo in cerca di noi. Accorreranno non appena premer il tasto SOCCORSO.
Mick incominci a contare sulle dita:
Avrai bisogno di acqua (in un recipiente di plastica), di alimenti concentrati, di una bussola, della solita attrezzatura per le immersioni, e nient'altro, mi pare. Ah, s, una torcia. Non puoi fare tutta la traversata di giorno.
Salper verso mezzanotte; durante la prima met del viaggio ci sar la luna e arriver in vista della costa in pieno giorno.
Tuttavia, i ragazzi, come tutti sull'isola, dovevano aiutare a compiere i lavori pi urgenti e non riuscirono a fare molto prima di sera. Anche dopo il tramonto il lavoro continu alla luce dorata delle lanterne a cherosene, e solo molto tardi i due riuscirono a terminare i preparativi.
Per fortuna, nessuno li vide mettere in mare, nel porto devastato, il minuscolo canotto con a bordo i viveri e le poche cose necessarie. Mancavano solo i delfini.
Johnny tese il trasmettitore a Mick.
Chiamali, disse. Io faccio una corsa all'ospedale e tra cinque minuti sar qui.
Mick s'infil il bracciale e si tuff. Sulla tastiera fosforescente spiccavano nitide le parole, ma il ragazzo non aveva bisogno di guardare, poich sapeva trovarle alla cieca, come Johnny.
Sprofond nella tenebra liquida fino a toccare la sabbia corallina del fondo, e per un attimo esit: se avesse voluto, avrebbe potuto ancora fermare l'amico. Ma non se la sentiva di deludere Johnny, forse anche per un giusto motivo. Chiedendosi se non ne avrebbe avuto rimorso per tutta la vita, Mick premette il tasto SOCCORSO! e ascolt il lieve ronzio diffondersi nell'oscurit. Aspett quindici secondi, poi premette di nuovo il tasto, ripetutamente.
Mentre seguiva il fascio di luce della torcia lungo la spiaggia e per il sentiero che portava all'abitato, Johnny pensava che forse stava attraversando l'isola per l'ultima volta, e che non avrebbe pi visto un'altra alba. Ma conosceva il suo dovere, e non si sentiva un eroe. Sull'isola era stato molto felice, e se voleva continuare quella vita meravigliosa, doveva lottare e conquistarla a qualsiasi prezzo.
Il basso edificio dell'ospedale (dove un anno prima si era risvegliato) era avvolto dal silenzio. Tutte le imposte erano chiuse tranne una da cui filtrava la luce gialla di una lampada. Johnny non pot trattenersi dallo sbirciare nella stanza illuminata, dove sorella Tessie era seduta a un tavolo, intenta a scrivere in un grosso registro, con l'aria totalmente spossata. Di tanto in tanto la donna si portava le mani sugli occhi: piangeva! Se quel donnone enorme e attivissimo era ridotto alle lacrime, voleva dire che la situazione era proprio disperata... Forse, pens il ragazzo con una stretta al cuore, era gi troppo tardi.
Quando Johnny buss leggermente ed entr nell'ufficio, Tessie si riprese. Probabilmente l'infermiera avrebbe cacciato via chiunque altro fosse venuto a disturbare a quell'ora, ma per quel ragazzo aveva sempre avuto un debole.
Sta molto male, sussurr. Se avessi le medicine, in due ore sarebbe fuori pericolo, ma cos... E Tessie alz le enormi spalle con gesto d'impotenza. Poi aggiunse: E non c' solo il professore, ho altri due malati che hanno bisogno dell'antitetanica.
Se non troviamo i farmaci, sussurr Johnny, se la caver?
Tessie non rispose. Il silenzio era abbastanza eloquente.
Johnny non attese di pi. Torn di corsa alla spiaggia, dove Susie era gi attaccata al canotto, mentre Sputnik aspettava pazientemente accanto a lei.
Sono arrivati in cinque minuti, disse Mick. Mi hanno fatto spaventare quando sono balzati fuori dal buio; non li aspettavo cos presto!
Johnny accarezz i due corpi umidi e lucenti e i delfini si strofinarono affettuosamente a lui. Si chiese come avessero fatto quegli animali a sopravvivere al tifone: proprio dietro la pinna dorsale di Sputnik c'era una cicatrice fresca, ma nel complesso i due non sembravano aver sofferto per la terribile prova.
Acqua, bussola, torcia, viveri, pinne, maschera, respiratore, trasmettitore... Johnny controll che ci fosse proprio tutto. Poi, rivolto all'amico sussurr: Grazie, Mick. Torner presto.
Avrei preferito venire con te, disse l'altro, brusco.
Non preoccuparti, rispose Johnny, anche se non si sentiva pi tanto baldanzoso. Ci sono Sputnik e Susie. Poich non trovava altro da dire, salt sul canotto, grid: Andiamo! e fece un cenno d'addio al povero Mick, mentre Susie lo trascinava al largo. Sulla spiaggia, intanto, si muovevano gi alcune lanterne; mentre scivolava sull'acqua scura, il ragazzo pensava con un po' di rimorso a Mick, che avrebbe dovuto affrontare da solo le ire degli isolani.
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Capitolo 18.
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Finch non ebbero oltrepassato la scogliera, Johnny si abbandon interamente ai delfini: il meraviglioso sonar dei due animali permetteva loro di evitare ogni ostacolo. Milioni di anni prima che l'uomo scoprisse il radar, i delfini ne possedevano gi uno perfezionatissimo: soltanto si servivano di onde sonore anzich di onde radio.
Il mare era un po' mosso, ma non agitato. Di tanto in tanto, uno spruzzo di spuma investiva il ragazzo, ma in complesso l'imbarcazione filava regolarmente sul pelo dell'acqua. Era difficile calcolare la velocit del canotto... Quando accese la torcia, Johnny ebbe l'impressione che l'acqua corresse velocissima: tuttavia facevano probabilmente appena dieci miglia all'ora.
Johnny diede un'occhiata all'orologio. Erano ormai trascorsi quindici minuti e l'isola non era pi in vista.
Ora bisognava correggere la rotta.
La navigazione non costituiva un problema: bastava puntare sempre verso occidente per incontrare, prima o poi, la costa australiana. Ma quando il ragazzo consult la bussola, si accorse, con suo grande stupore, che non doveva minimamente cambiare direzione: Susie filava gi verso ovest!
Questa era la prova pi straordinaria d'intelligenza che avesse dato la delfina: le era bastato il segnale di SOCCORSO! perch capisse che la salvezza si trovava soltanto sul continente.
Johnny si chiese, a questo punto, se Susie stesse compiendo il suo massimo sforzo. Prov a premere il tasto IN FRETTA, e attese: il canotto ebbe un lieve sussulto, ma la velocit non parve aumentare di molto. Evidentemente l'animale aveva ormai perfettamente capito che cosa dovesse fare e filava alla sua miglior velocit di crociera.
La notte era molto oscura, perch la luna non era ancora apparsa, e le nubi basse, rimaste sulla scia del tifone, nascondevano buona parte delle stelle. Anche il mare aveva perso l'abituale fosforescenza, forse perch le luminose creature degli abissi non si erano ancora riprese dalla terribile batosta. Johnny avrebbe preferito vedersi attorno la solita lieve luminosit: spesso si sentiva sgomento, durante quella interminabile corsa nel buio... Se un'ondata, o uno scoglio, si fossero parati davanti all'improvviso, quando lui filava col naso a pochi centimetri dall'acqua? Nonostante la sua cieca fiducia in Susie, si sentiva prendere dalla paura.
Fu un gran bel momento quello in cui, finalmente, il primo riflesso lunare apparve a oriente. La coltre di nubi era fitta, ma il chiarore si faceva sempre pi vivido, e il solo fatto di poter scorgere l'orizzonte, di vedere con i propri occhi che non c'erano scogli, n spuntoni rocciosi, infondeva coraggio al ragazzo.
Ormai erano in mare aperto, e il canotto correva su certe ondate lunghe, che, viste dalla posizione prona di Johnny, parevano tante montagne. L'imbarcazione risaliva un pendio, restava un attimo in bilico sulla cresta di una mobile altura, e poi precipitava a valle, dove la sequenza ricominciava da capo.
Ad un tratto, una falce di luna si affacci dietro le nubi illuminando per la prima volta l'infinita distesa liquida. Le creste delle onde brillavano come se fossero d'argento, rendendo pi cupi gli avvallamenti: il tuffo del canotto e il suo lento risalire verso la cima erano un continuo passaggio dalla notte al giorno e dal giorno alla notte.
Johnny guard l'orologio.. Viaggiava ormai da quattro ore, e doveva aver percorso almeno quaranta miglia. L'alba non era certo lontana e quel pensiero lo aiutava a cacciare il sonno. Gi due volte si era addormentato, ed era stato sbalzato fuori bordo: per fortuna Susie era tornata a ripescarlo.
Lentamente, il cielo si rischiar a oriente, e il ragazzo si volt per salutare il primo raggio di sole. Quando l'astro del giorno apparve, Johnny premette il tasto ALT. Era tempo di far riposare Susie e di mandarla in cerca della colazione. Salt fuori dal canotto, liber dai finimenti la delfina, e questa subito si allontan a grandi balzi. Nessuna traccia di Sputnik: probabilmente stava pescando per conto suo, pronto ad accorrere al primo richiamo.
Johnny si tolse la maschera, che aveva tenuto tutta la notte per proteggersi gli occhi dagli spruzzi, e sedette sul canotto che rollava dolcemente. Una banana, due pezzi di carne e un succo d'arancia furono tutta la sua colazione: si sarebbe rifatto pi tardi, fra cinque o sei ore.
Quando ebbe terminato, premette il tasto di richiamo e aspett che i due delfini ritornassero. Contrariamente al solito, gli animali si fecero aspettare. Incominciava gi a preoccuparsi quando vide una pinna dorsale fendere le onde, diretta verso il canotto. Finalmente Susie era di ritorno!
Ma un attimo dopo, il ragazzo balz a sedere con un sussulto: era la pinna di un capidoglio.
Quei brevi istanti, in cui Johnny vide la morte venirgli incontro a trenta nodi all'ora, gli parvero eterni. Poi una lieve speranza si fece strada in lui. Evidentemente il capidoglio era stato attratto dal suo segnale: se per caso si fosse trattato di...
Era proprio cos. Quando la testa affior a pochi metri dal canotto, Johnny riconobbe il minuscolo apparecchio di controllo ancora fissato sul cranio massiccio.
Che paura mi hai fatto prendere, Nivea... disse, appena ebbe ripreso fiato. Ti prego di non farlo pi.
Tuttavia non si sentiva ancora tranquillo. Secondo gli ultimi rapporti, Nivea seguiva una stretta dieta di pesce, e non c'erano pi state lagnanze da parte dei delfini: per era sempre un capidoglio... e lui, Johnny, non era Mick.
Il canotto roll violentemente quando l'animale vi si strofin contro in segno di saluto, e il ragazzo dovette tenersi ben saldo per non finire in mare: era chiaro che il cetaceo voleva dimostrarsi gentile e Johnny in cuor suo ringrazi il cielo.
Ancora un po' scosso, allung la mano e batt sul fianco di Nivea, mentre lei gli passava accanto, agile e silenziosa. La pelle del cetaceo era morbida e flessibile come quella dei delfini.
L'animale sembr gradire la carezza nervosa di Johnny, e ritorn per prendersene un'altra.
Ti devi sentire un po' sola, mia cara, la compianse il ragazzo. Ma subito si sent gelare di paura.
Nivea non era affatto sola e il suo amico stava appunto avvicinandosi con tutti i suoi nove metri di lunghezza. Solo un capidoglio maschio ha la pinna dorsale cos imponente. E il gigantesco triangolo nero, simile al timone di un battello, avanzava lentamente verso l'imbarcazione.
Il nuovo venuto era il pi grosso esemplare marino che il ragazzo avesse mai visto, e al suo confronto, Nivea pareva un cucciolo. Tuttavia, quest'ultima dominava la situazione: mentre il suo gigantesco compagno faceva lentamente il giro del canotto, lei si tenne sempre tra il capidoglio e Johnny.
A un tratto, il mostro si ferm, sollev la testa dall'acqua, e fiss Johnny al di sopra del dorso di Nivea. In quegli occhi si leggevano intelligenza, bramosia e ferocia, ma nessuna luce di amicizia. L'animale continuava a ruotare a spirale intorno al natante: tra un momento avrebbe stretto la femmina contro il canotto.
Nivea, per, non era di quel parere. Quando l'amico si trov a circa tre metri dall'imbarcazione, lei si volse e gli men un cordiale colpo di coda, che avrebbe potuto sfondare il fianco di un battello.
Il capidoglio incass il colpo e, con grande sollievo di Johnny, cominci ad arretrare. A cinque o sei metri, il maschio fece un nuovo tentativo, e ci fu un altro tonfo, e tutto fin l. Nel giro di pochi minuti, Nivea e il suo compagno erano scomparsi all'orizzonte in direzione nord.
Per un bel pezzo, il ragazzo rimase seduto, immobile, sforzandosi di riacquistare il proprio sangue freddo: non aveva mai provato tanta paura in vita sua...
Dove si trovavano Susie e Sputnik? Non c'era traccia dei due, evidentemente avevano individuato i capidogli e si erano tenuti alla larga. E se non fossero pi tornati? E se i capidogli li avessero divorati? Johnny sapeva che in tal caso per lui sarebbe stata la fine, perch si trovava ancora a quaranta miglia dalle coste australiane.
Esitava a premere il tasto di chiamata: non voleva richiamare i mostri e rivivere quella terribile esperienza. Non c'era altro da fare che aspettare, scrutando il mare in cerca di una pinna dorsale di proporzioni ragionevoli, che sporgesse non pi di trenta centimetri.
Dopo quindici interminabili minuti, Sputnik e Susie spuntarono a sud. Johnny non aveva mai provato tanta gioia nel vedere un uomo come ne prov in quell'incontro con i due delfini. Quando si tuff in acqua per infilare la bardatura a Sputnik, colm i due animali di carezze, parlando loro come se potessero comprenderlo. E probabilmente capivano, perch pur conoscendo soltanto poche parole d'inglese, erano estremamente sensibili al tono di voce.
Johnny affibbi le cinghie a Sputnik, controll che tutto fosse in ordine e risal a bordo. Appena si fu sistemato, Sputnik si mosse.
Il delfino per non si diresse verso l'Australia, ma punt a sud. Ehi! disse Johnny. Sbagli direzione! Poi gli vennero in mente i capidogli e decise di lasciar fare a Sputnik.
Il canotto fil ad una velocit incredibile per venti minuti circa poi, proprio come sperava Johnny, devi puntando verso occidente. Se tutto fosse andato bene, avrebbero presto raggiunto l'Australia.
Di tanto in tanto, Johnny si voltava a guardare, ma nessuna gigantesca pinna dorsale fendeva il grande deserto ondoso alle sue spalle. Ad un tratto una grossa manta fece un gran balzo fuori dell'acqua a cento metri dal canotto, rimase in aria per un secondo, come un gigantesco pipistrello; e ricadde con uno schianto. Non accadde altro.
A met mattina, Sputnik rallent la sua corsa, pur continuando a tirare vigorosamente.
Ma Johnny non voleva fermarsi finch la terra non fosse stata in vista. Allora avrebbe attaccato Susie. Se i suoi calcoli erano esatti, la costa australiana doveva trovarsi a circa dieci miglia di distanza e sarebbe apparsa da un momento all'altro all'orizzonte.
L'Australia gli apparve all'improvviso, quando un'ondata pi grossa delle altre sollev l'imbarcazione: laggi, molto lontano, una striscia candida biancheggiava, invitante...
Johnny si sent mozzare il respiro e il sangue gli afflu alle gote. Tra un'ora o due, la sua corsa attraverso l'oceano si sarebbe conclusa.
Ma mezz'ora dopo, quando un maroso sollev il canotto, il ragazzo vide meglio la costa e cap che il momento peggiore doveva ancora venire.
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Capitolo 19.
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Il tifone era passato sul continente due giorni prima, ma il mare era ancora grosso. Mentre si avvicinava alla terraferma e si distinguevano gi gli alberi, le case e il profilo azzurro delle colline, Johnny si accorse che spaventosi marosi investivano la spiaggia, con un rombo che riempiva l'aria. Lungo tutta la costa, da nord a sud, enormi montagne incappucciate di bianco rotolavano verso terra, per infrangersi trecento metri pi avanti, lasciandosi alle spalle una scia di candide nuvole di spuma.
Il ragazzo cerc invano un passaggio, in quella tonante muraglia d'acqua: per miglia e miglia la costa era tutta uguale. Inutile perder tempo a cercare un luogo adatto all'approdo: era meglio puntare diritto sul litorale, e tentare l'impresa mentre aveva ancora i nervi saldi.
Mick gli aveva tante volte parlato di come si coglie l'ondata. Era necessario aspettare che questa incominciasse a rompersi, e pagaiare disperatamente al sopraggiungere di un nuovo maroso. A questo punto, bisognava aggrapparsi al canotto, pregando di non essere travolti e il mare avrebbe fatto il resto. Sembrava semplice, ma lui ci sarebbe riuscito? A mezzo miglio da terra, trasmise a Susie il segnale di ALT e la liber dalla bardatura; poi, con molto rincrescimento butt le cinghie fuori bordo, perch non voleva rischiare di restare impigliato nelle redini al momento cruciale.
Mentre dirigeva il canotto verso terra, i due delfini continuarono a nuotargli accanto. Ma ormai non potevano fare pi niente per lui e Johnny non voleva mettere in pericolo la vita di Susie e Sputnik nel gorgo ribollente che stava per affrontare.
Quel punto della costa pareva abbastanza favorevole all'approdo: i frangenti correvano paralleli alla linea di terra, non c'erano ondate di ritorno e inoltre sulla spiaggia si scorgeva gente. Forse l'avevano gi avvistato e gli avrebbero dato aiuto.
Johnny si alz in piedi, agitando disperatamente le braccia, in bilico su quella piattaforma instabile. S, da terra l'avevano visto, e figure lontane si agitavano, puntando il dito verso di lui.
Era il momento propizio.
Proprio allora, Johnny vide qualcosa che lo preoccup: tirate in secco sulle dune, c'erano dodici canotti, appoggiati sui paratelli o arenati nella sabbia. Tante imbarcazioni a terra e neanche una in mare! Il ragazzo sapeva che gli australiani sono i migliori navigatori del mondo, e quelle barche in secco gli sembravano di cattivo augurio.
Continu ad avanzare lentamente, mentre il rombo si faceva sempre pi forte. Le ondate uniformi ora spumeggiavano di creste bianche; per il momento, per, Johnny era ancora al sicuro,. nella terra di nessuno posta tra i frangenti e il mare aperto.
Vag a lungo tra i marosi, studiandone il movimento, osservando dove cominciavano e dove finivano, e saggiandone la violenza, senza per abbandonarsi completamente ad essi: una volta o due fu sul punto di lasciarsi andare, ma l'istinto e la prudenza lo trattennero. Sapeva che una volta partito, non sarebbe pi potuto tornare indietro.
La gente sulla riva, intanto, pareva sempre pi agitata. Qualcuno gli url di arrestarsi, e il ragazzo si sent irritato. Dove poteva andare? Poi cap che cercavano di aiutarlo, di metterlo in guardia contro le ondate non buone. A un tratto, quando gi aveva cominciato a pagaiare, gli spettatori lontano gli fecero freneticamente segno di avanzare; ma lui si perse d'animo all'ultimo istante. Quando per vide l'onda che si era lasciata sfuggire infrangersi dolcemente sulla spiaggia, cap che quelle persone avevano ragione e decise di obbedire ai loro cenni.
Tenne il canotto puntato verso terra, voltandosi intanto, per guardare i marosi. Eccone uno che si avvicinava... Johnny lanci una rapida occhiata ai suoi soccorritori e vide che tutti lo esortavano a lanciarsi.
Dimentic ogni cosa, e cominci a pagaiare con tutte le sue forze: ma gli pareva che l'imbarcazione si muovesse appena sull'acqua. Non osava voltarsi a guardare, perch sentiva il rombo dell'onda che ogni istante si faceva sempre pi forte, pi violento.
Finalmente si aggrapp al canotto, e una forza irresistibile lo travolse, trascinandolo con se.
La prima impressione, quando si sent afferrato dall'onda, fu di calma assoluta; non udiva pi nulla, tranne il fruscio della schiuma che gli ribolliva intorno, accecandolo.
Il canotto era ben bilanciato e Johnny da parte sua aveva un ottimo senso dell'equilibrio; spostandosi avanti o indietro di pochi centimetri, riusc a tenere in bilico l'imbarcazione, ed a un tratto si trov con la testa e le spalle fuori dalla schiuma, mentre il vento gli schiaffeggiava il viso.
La spiaggia era un centinaio di metri pi avanti, e l'onda cominciava ad arricciarsi; dopo pochi secondi, si sarebbe infranta a terra. Questo era il momento di maggior pericolo. Se la montagna liquida si fosse rovesciata su Johnny, l'avrebbe schiacciato sul fondo.
Il ragazzo sent che il canotto cominciava a sussultare, e, con infinite precauzioni, spost il peso verso poppa. La prua si risollev appena, ma Johnny non os muoversi ancora, perch temeva che il natante si rovesciasse.
L'onda quindi cominci ad abbassarsi e anche Johnny scese, tenendosi aggrappato al canotto. Poi ci fu un ribollire di mobile schiuma, un ultimo balzo, un urto, una lunga scivolata... e il ragazzo si trov con la faccia sulla spiaggia.
Quasi immediatamente si sent afferrare saldamente e rimettere in piedi.
Si udivano alcune voci intorno, ma il poveraccio era cos stordito dal frastuono del mare che colse appena qualche frase: Pazzo...  una fortuna se sei ancora vivo...
Sto benissimo, mormor, liberandosi dalla stretta.
Poi si volt, per vedere se potesse ancora scorgere Susie e Sputnik al di l della scogliera, ma all'improvviso dimentic tutto e tutti.
Per la prima volta, mentre guardava gli enormi cavalloni che ribollivano bianchi di spuma dinanzi a lui, si rese conto di quello che aveva fatto, e cap di essere vivo per miracolo.
Allora le gambe gli si piegarono e il ragazzo si abbandon sul benedetto suolo australiano.
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Capitolo 20.
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Puoi entrare, gli disse Tessie. Ma solo per cinque minuti, ricordatelo bene.
Johnny entr in punta di piedi nella stanza del malato. Dapprima distinse a mala pena il professore che, steso nel letto tutto circondato da libri, non si era neppure accorto della sua presenza. Solo quando gli fu vicino lo scienziato lo vide, e, chiuso il libro, gli tese la mano per salutarlo.
Sono contento di vederti, Johnny. Grazie di tutto. Hai corso un bel rischio!
Johnny non tent di negare, perch il rischio era stato grosso davvero.
Sono felice di avercela fatta, disse semplicemente.
Anch'io, rispose il professore. Tessie mi ha detto che l'elicottero della Croce Rossa  arrivato appena in tempo...
Segu un lungo silenzio imbarazzato. Poi Kazan riprese, con tono pi leggero:
Ti sono piaciuti gli australiani?
Sono simpatici: ma c' voluto un bel po' per fargli capire che arrivavo dall'Isola dei Delfini.
Lo credo bene. E che cosa hai fatto laggi?
Ho concesso un'infinit di interviste alla radio e alla TV. Poi, quando il mare si  calmato, gli australiani mi hanno insegnato tutti i trucchi per approdare a regola d'arte. Sono diventato addirittura membro onorario del Club della Scogliera Australiana, aggiunse con un certo orgoglio.
 una bella cosa, disse il professore con aria assente: evidentemente pensava ad altro. Poco dopo, infatti, soggiunse:
Dunque, Johnny, ho avuto un mucchio di tempo per riflettere mentre ero qui a far niente. E sono giunto a diverse conclusioni.
L'altro si chiese, preoccupato, cosa Kazan intendesse dire.
Soprattutto, riprese questi, sono preoccupato per il tuo avvenire. Ormai hai diciassette anni ed  tempo che tu ci pensi.
Sapete che voglio vivere qui, professore, disse Johnny, sempre pi allarmato. Tutti i miei amici sono qui, nell'isola.
S, lo so, ma c' la questione della tua educazione. Se vuoi fare qualcosa di utile, devi specializzarti e sviluppare tutte le tue doti. Non sei d'accordo con me?
S, rispose il ragazzo, senza troppo entusiasmo. Dove voleva arrivare Kazan?
Devi dunque iscriverti a un'universit australiana per il prossimo semestre. Brisbane non  poi in capo al mondo, e potrai tornare sull'isola tutte le settimane per trascorrervi il weekend. Non puoi passare tutta la vita a pescare sulla scogliera!
Johnny sapeva che, in fondo, Kazan aveva ragione.
Hai slancio e capacit, riprese il professore. Ti mancano pero la disciplina e le nozioni scientifiche, che solo l'universit  in grado di darti. Allora potrai avere una parte importante nei miei progetti. Quali progetti? gli domand Johnny, con un filo di speranza.
Li conosci gi: reciproca collaborazione tra uomini e delfini, per il bene comune. Collaborazione con i pescatori, pesca delle perle, operazioni di salvataggio, sorveglianza delle coste, sport d'acqua: i delfini possono fare per noi un'infinit di cose! E ce ne sono anche altre...
Per un momento fu tentato di parlare dell'astronave affondata all'epoca della pietra. Ma lui e il dottore avevano deciso di non aprire bocca su quell'argomento, finch non avessero ricevuto ulteriori informazioni. L'astronave era l'asso nella manica del professore, e intendeva giocarlo all'ultimo momento...
La voce di Johnny interruppe le sue fantasticherie:
E i capidogli, professore?
La soluzione di questo problema richiede molto tempo... Per ho gi in mente qualcosa: per esempio riserve speciali per i delfini, da cui sono esclusi i capidogli. Con l'aiuto di barriere sonore...
La porta della camera si apr.
Ho detto cinque minuti, e sono gi diventati dieci! Fuori immediatamente, brontol Tessie. Ecco il vostro latte, professore.
Kazan replic che non poteva soffrire il latte e che non intendeva berne neppure una goccia, ma quando Johnny lasci la stanza, stava gi sorbendolo dalla tazza.
Il ragazzo si diresse alla spiaggia, prendendo il sentiero che attraversava la foresta. Buona parte degli alberi abbattuti erano gi stati rimossi e il tifone pareva ormai un incubo lontano.
L'alta marea aveva sommerso la scogliera con uno strato d'acqua che in certi punti era di appena mezzo metro, e che la brezza increspava qua e l con effetti bellissimi, suscitando milioni di minuscole onde, scintillanti come tanti gioielli sotto il sole.
Per un anno intero, la scogliera era stata tutto il suo mondo, ma ora orizzonti pi vasti attendevano Johnny. Ormai questi non si sentiva pi depresso all'idea del periodo di studio che lo attendeva: il lavoro sarebbe stato duro, ma le nozioni da apprendere erano molte. Doveva imparare ancora un'infinit di cose sul mare e sui suoi amici: la Gente del Mare.
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FINE.